Un mese di ferie sullo Ionio, in provincia di Taranto. Un mese di pesca dopo un anno di sogni. Un anno di strisce dorate, nere, gialle, sugli argenti. Pescavo col solito pane ammollato come richiamo e la pasta morbidissima, quasi un formaggino. L'amo piccolo dal corpo sottile; un galleggiante tipo chicco di mais infilzato da uno stecchino. Pescavo cosi. Ognuno ha le proprie fissazioni. Anche se mi proponevo battute notturne, batterie di canne a non finire, non ne facevo nulla. Ormai conoscevo tutti i pescatori abituali di quella insenatura; mi ero conquistato a spintoni un posto e nessuno più' poteva mandarmi via. C'era Gregorio il professore, c'era Filippo, c'erano Saronno e Nicola il poeta. Quella volta c'era anche Fiore il marinaio di Leuca ch'era venuto a trovarmi per la "signora". La cala creava anche una spiaggetta ed un porticciolo naturale strapieno di barche, tra le quali quella bellissima di Losardo. Pescavamo dagli scogli, su un fondale misto di sabbia, posidonie e sassi; un tappeto di bentos da fotografie. Quel giorno, si vedevano branchi di alici fuggire all'impazzata, ma non riuscivamo a vedere la "signora'' a caccia. La conoscevamo tutti; ognuno aveva tentato di pescarla, ma la ricciola era sempre li, padrona dell'acqua. Alle nostre spalle, c'erano i muretti delle case, adornate di bouganville vermiglie, da gelsomini dal profumo inebriante, dai convolvoli color pervinca, dai banani, dalle cascate di acacia foglia lunga, dalla palme delle canarie. Vivevo momenti in cui un antico intendere prendeva in me il comando, e il solito pensare della vita di tutti i giorni riposava. Momenti belli da vivere, meravigliosi da ricordare. Fiore pescava appartato alla punta destra della baia; la sua tecnica lo richiedeva. Pescava con le "Malote", un piccolo crostaceo isopode, detto anche "Idotea Hectica"; un tipo di pesca di cui ero innamorato. Dal mio scoglio vedevo solo il suo sacco pieno di alghe e di malote, la sua canna ed il suo gesto per pasturare. Gli avevo parlato della ricciola che scorazzava sotto di noi ed era venuto a tentare. La sua canna ora, montava un buon mulinello e, sono sicuro, che tra le sue attrezzature, aveva un cavetto d'acciaio che gli avevo regalato. Intanto la signora a caccia apriva grandi varchi tra i branchi di alici. Era la più' bella ricciola che avessi mal visto in libertà'. Tutti la vedemmo, e gli sguardi si fermavano su Fiore che pescava alla punta. "La composizione dei liquidi intorno alle cellule - affermava Gregorio - e' di regola simile a quella dell'acqua di mare. L'individuo possiede una specie di mare interno tutto suo che, probabilmente, ha qualche relazione col grande mare, col grande regno". Gregorio pasturava col suo brumeggio di pane ammollato e teste di sarda pestate. Sotto di noi c'era un vero e proprio acquario ricco di ogni specie ittica. Il letterato continuava a parlare con l'espressione di chi sta insegnando qualcosa ai più' giovani e, pane al pane, mi dava leggermente fastidio. "Se tu hai tutto in ordine - parola sue - se ogni cosa è quella giusta, il mare ne rimane soggiogato. Ordine esteriore ed interiore. Quando tra la canna, il filo ed il mare si chiude il triangolo c'è la proposta di un gioco, un gioco che nessuna entità può' rifiutare". "Che gioco?" domandai un po' con la faccia di chi vuol sapere, un po' con la faccia del cretino", "un gioco che capirai da solo col tempo. Vincere, perdere, vivere, morire sono giochi affini a quelli che tu proponi. Ma ora, anche se te lo spiegassi, mi prenderesti per matto". Lo odiavo quel vecchiaccio, parola di uno con la canna che vuol pescare in pace. Quel vecchiaccio dai lineamenti un po' arabi, dalla carnagione scura. Piuttosto brutto, ma che appena apriva bocca si vestiva di quella bellezza che e' tipica di chi sa. "Per favore Gregorio! Lasciami pescare. Cosa c'entra poi il gioco; il vivere, il morire? Per me sono solo grosse confusioni. Io voglio solo pescare. Cosa mi interessa!" All'altro capo del telefono che collega le intelligenze però, non erano arrivate queste parole, ma la verità' che... "Tu proponi un gioco e lui ci sta, - prese a fantasticare come autorizzato - ci sta finchè tu non riprendi a ragionare. Da quel momento la grande entità' spezza l'incantesimo e non prenderai più' un pesce". Filippo ch'era sulla traiettoria fra me e lui, mi faceva cenno di non badargli, seguito da un gesto che tutti capiscono. Cercai con lo sguardo Saronno e ricevetti conferma anche da costui. "Sarà come tu dici, ma io non credo a queste cose!". Tentai di concludere io il suo dire; io, pantaloncini, camicetta sporca di pasta e canna da pesca nera nera. Gregorio aveva per cestino una robusta cassetta di faggio con coperchio; una corda di tapparella inchiodata alle estremità', faceva da presa e tracolla. Il cubo suddetto gli serviva egregiamente anche da sedile. "Per ragionare - riprese, accidenti a lui! - intendo raccogliere tutti i fardelli che abbiamo messo da parte, quando abbiamo affidato tutto all'essere primitivo che pesca. Primitivo ma con la forza di Goldrake che abbatte i robot". Queste ultime parole le pronunciò come se avesse parlato solo con se stesso. Aveva capito che mi ero smarrito per strada e qualsiasi cosa avesse aggiunto non mi sarebbe bastata. A salvare il tutto intervenne con quell'antipatico sorriso di chi... e prese a canticchiare. Canticchiava ed io, naturalmente, lo seguivo. Smettemmo quando una boga abboccò alla sua lenza. Egli la estrasse rapidamente, senza tutte quelle moine di noi cittadini. Detto fra noi, però, se lo poteva permettere, con 7 metri dello O,25. Gregorio la ripose nella sua scatola di legno e, pinne bianche, proseguì quel tremore che le e' tipico e che in acqua si traduce in saettante velocità. Come riusciva a pescare con quel filo, con quell'amo da pescecane, con quella boa per galleggiante, non ero in grado di capirlo. La ricciola saettava tra i branchi di alici che si allargavano saltando fuor d'acqua a formare zampilli come in una fontana. La signora dell'acqua andava e veniva cambiando direzione in maniera impercettibile all'occhio umano. Da più' dì un'ora soffiava un vento di ponente che chiamano "Grifo", un vento che agita ogni cosa le onde, fuori dalla rada, raggiungevano già' altezze da preoccupare i diportisti. "Questo tempo e' 'proprizio" - aveva detto Fiore. Sotto il nostro scoglio, però, anche se la superficie era leggermente increspata, anche senza occhi socchiusi, era un paradiso."La vopa o box bops, oltre ad avere altri parassiti, viene presa di mira dall'isopode Meinertia che si installa nel suo palato. -Tirai fuori dal mio sacco. - Per quanto possa sembrare fastidioso, l'animaletto non ne ostacola l'alimentazione, anzi, pare non sia completamente parassita. Come si installa nella bocca di pinne bianche e' facile arrivarci. Meinertia si aggrega alle colonie di malote. La vopa e' ghiottissima di malote..." Gregorio mi guardava senza sorpresa e questo mi faceva bene.
Alla punta sinistra della cala s'era fatto un tizio con canna, mulinello e giacca impermeabile. Un galleggiante enorme a venti centimetri dall'amo e, per esca, una crosta di pane grande quanto una mezza michetta. Il "frescone" lanciò il tutto in mezzo alle onde e tenne ad aspettare. Seguii per un po' tutto il suo traffico, mi feci una certa risatina, dissi fra mei se prende un pesce mi mangio la canna! Gregorio ch'era un "grande conoscitor de la peccata", rispose al mio pensare: "Sarà' un po' dura da digerire!" La cosa, per un momento, mi mise un po' di paura, perché io avevo solo riso. Una risatina assai chiara a dire il vero, ma non avevo espresso parola. Che fosse persona istruita, passava; ma che avesse la facoltà' di leggere nel pensiero, era fuori dalle mie inquadrature. Cosi pensando, un po' smarrito nel mio stesso mare, vidi sparire il galleggiante; ma non riuscii a muovere muscolo. Diedi una ferrata quando non era successo nulla e, per finire, sentii una potente toccata in diretta al cimino, senza che il galleggiante si fosse mosso. Tutti questi eventi fecero scadere di importanza ciò' che aveva detto prima Gregorio e tornai a pescare. A pescare che cosa? Un po' più' avanti c'era Filippo che pescava con la cozza in maniera interessante. Egli pasturava con un impasto di crusca e granchi ridotti in poltiglia. Buona pastura in verità, giacchè in acqua formava una vera nube persistente che attirava il pesce. All'amo innescava il verme della cozza; (cosi lo chiamava) e la sua, era una vera specializzazione. Apriva i mitili facendo pressione laterale, e apposta fra le due valve; ottenuto un leggero spostamento, vi introduceva la lama del coltello, l'apriva e ne estraeva il frutto. ma non era con quello che pescava, bensi con quella specie di nervetto che rimane attaccato all'interno della valva e che somiglia ad un vermicello. Le salpe più'grosse, le occhiate più' belle erano di Filippo. Alla mia destra c'era Saronno. Lo chiamavano cosi perché aveva passato metà della sua vita in quella città. Egli pescava col "pistillo", un ciuffo di crini lunghi circa dieci centimetri legati a bandiera al cimino. A quest'oggetto vibrante era legata la lenza tenuta in tiro da un buon piombo ed un'ancoretta ricoperta completamente di pasta per i cefali. Francamente, devo confessare che i pescatori con l'ancoretta non sono ben visti, ma Saronno era un eccezione. Egli non ferrava se non per cucire all'istante la sua preda. Un movimento fulmineo e perfetto. Erano enormi cefali e qualche volta anche saraghi. Più avanti ancora c'era Nicola, quel Nicola che non imparò mai a pescare, ma che recitava divinamente versi di grandi poeti. I ragazzini con la canna cercavano di avvicinarsi sempre di più' verso chi prendeva pesci, ma solo Gregorio riusciva a farli spostare; quel Gregorio che teneva lontane le vespe con un batuffolo di cotone imbevuto con chissà' cosa... Io cosa pescavo? Pescavo salpette, saraghi, occhiate, una castagnola, due sparrotti; non e' bello contarli, e' poco fine. Comunque nessuno superava la spanna. In compenso avevo una meravigliosa canna al carbonio di cui non oso dire il prezzo} avevo dei fili ch'erano gli ultimi ritrovati della scienza; avevo una serie di galleggianti che potevo aprire un negozio; avevo gli ami migliori del mondo; ero stracolmo di nozioni, ma non sapevo più' pescare anche se un'altra fissazione aveva rinforzato in me l'amor di prima. Occhiate, saraghi, salpe, due sparrotti, una castagnola, ecco cosa pescavo! Non erano grossi, ne' parecchi, ma erano miei. Ed io li amavo allo stesso modo, per me avevano tutti lo stesso pregio; fossero i forti degli scogli, ossa verdi o pinne bianche; strisce nere o strisce gialle, erano i miei argenti, argenti che...
Oltre ai ragazzini anche altri pescatori venivano a chiedere le solite cose, offrendo i consigli di chi non sa pescare. Chi invece conosceva quell'arte se ne stava a distanza tale da non disturbare. Osservava seduto e basta. Uno di costoro era Losardo, il più'grande pescatore a traina ch'io avessi mai conosciuto. A vela muoveva le sue piume; oltre al sibilo del vento sulle corde in tiro, nessun rumore seguiva i suoi inganni. Egli filava su una scia di millenni che rinasceva ogni volta dalla sua prua. I suoi artificiali meritano la stessa discrezione d'un amore segreto. Le sue prede è pericoloso rammentarle. Era uno di quei visi che preoccupano la memoria predisponendo però ad uno stato di animo benigno. Per questa persona, nutrivamo tutti il più alto grado di stima che si possa accordare ad un pescatore. Losardo mi insegnò una cosa di cui ho giurato segretezza. Mi insegnò a preparare il pesce in una maniera che mai nessuno ha assaporato. Un gusto da inebriare i palato più' ottuso, da convincere il più' rozzo masticatore di pane. Esistono, è vero, ristoranti dove si mangia bene, ma non e' in quei luoghi che si consuma il cibo dei che..., ma in certe case, fra certe persone, tra i fiori di senno, e tradizione, e comunque, dove l'amor del fare non è lavoro. Pulito per bene il pesce; via le squame, le branchie, le interiora, lo metteva in un secchio. Nel secchio un po' d'acqua di Mare. Nell'acqua di mare un'erba che trasmetteva al pesce un aroma straordinario che non sarebbe più' andato via neanche dopo la cottura ch'era la vera arte. Quale fosse l'erba e come veniva cucinato, tuttavia rimane un segreto. L'olio buono del nostro sud, il pane biondo grano, il vino; quel vino che non si trova in commercio e che vive le stagioni. Quel vino che profuma di balsami e che solo per capriccio minaccia un accenno di... come neo su una donna bella. Un rosso capriccio che fa impazzire. Il tizio che s'era fatto alla punta della baia aveva la canna in tiro. Io non sapevo che quella era una tecnica di pesca assai valida e praticata, specialmente con mare mosso. Non sapevo che attorno a quella mezza michetta semigalleggiante c'erano innescati una decina di ami disposti a corona. E, per fortuna, non avevo parlato quando avevo pensato quella frase. Per fortuna, perchè il tizio continuò a prendere saraghi, occhiate e cefali da infarto. Mi mangio la canna? - riflettevo. Sono cose che si dicono! - mi assolsi. E poi una canna al carbonio. L'assurdo non può' essere preso sul serio. Solo quel demonio mi dava fastidio, aveva capito tutto e ora ridacchiava beato. Nicola recitava sfottendo un pò':"Parevano si un poco curiosi, ma i pescatori su accussi..." La sua lenza sembrava una molla a spirale, giacchè aveva la pessima abitudine di arrotolarla attorno alla canna. Non pescava nulla e neanche Saronno aveva preso pesce. Rimaneva immobile a fissare il suo pistillo; l'avrebbe preso prima o poi. Il calcolo del tempo, quando si pesca non può' essere preciso; anzi e' falso. Da li a poco, comunque, agganciai qualcosa di più' grosso del solito. La mia canna, ch'era tutta un'azione, era capace di stancare qualsiasi pesce. Infatti, alla prima puntata ruppe e se ne ando' tranquillamente rispedendomi indietro galleggiante, piombo, lenza e tutto. Espediente, diedi un colpetto in avanti per evitare il crac e mi guardai in giro. "Avevi legato male l'amo" sentenziò Gregorio. "Non mi ha portato via l'amo - mentii - Lo cambio perché non mi piace. - Trovai come scusa - mangiano male" inventai. Altra risatina del "so tutto". Aveva ragione, ma non gli avrei mai dato quella soddisfazione. Cerca e ricerca l'amo giusto, parola di pescatore, non era facile. Lo trovai alla fine nella scatola nera. Non quella, l'altra, quella che avevo io nella borsa degli attrezzi. Nella borsa ordinata a casa, un caos qui. L'amo speciale era un nichelato del tredici. Ognuno ha le proprie fisime! Con quell'amo cominciai a pescare bene. Bei saraghi, belle occhiate e salpe strisce gialle quelle dette di corsa che mangiano altra erba e che sono più' buone. Con la mia pasta formaggino che ora s'era fatta
più' dura. Argenti che... riponevo nel mio cestino di vimini pieno di alghe ed uno straccio pesante sul fondo. Il tutto sempre bagnato, per effetto Dalton manteneva il pesce fresco. Filippo, che da un pezzo non prendeva pesci, si assentò dieci minuti per tornare con una borsa di plastica piena di fichi d'India. Li aprì, li mise in un secchiello, li pestò e prese a pasturare con quella poltiglia. Se non l'avessi visto con i miei occhi non l'avrei mai creduto. Vidi i cefali affollarsi a quella pastura, le salpe, le boghe, uno spettacolo. Per fortuna nel mio cestino avevo i miei argenti; tra le alghe bagnate i miei tesori e niente poteva farmi male. Stupende meduse si muovevano con grazia gentile nell'acqua trasparente. "Elvella Velella" veniva spinta a riva dal grifo. A chi serviranno -mi chiedevo - quei meravigliosi colori? Quegli incantevoli merletti? Non credo siano destinati solo agli occhi degli uomini -riflettevo. La ricciola era sempre presente, ma da un po' di tempo andava e veniva dalla postazione di Fiore. Il mio amico Dersu' Uzala. Ogni pescatore ha un amico come Dersu', come Fiore. Pensammo tutti la stessa cosa. Losardo si alzò e si portò nelle vicinanze di Fiore. Fu come un segnale. Ci muovemmo tutti verso il pescatore di Leuca. A rispettosa distanza. Io mi portai dietro la canna, perché non mi sento completamente me stesso senza di essa. La mia canna ed il mio cestino di vimini che... Il tizio che pescava con la corona di ami e il pane si mosse con una specie di raffio artigianale e si abbassò vicino a Fiore. I due s'erano già' intesi da lontano. Anche oggi, quando penso a quel tizio sto nel dubbio avevo pensato senza parlare, oppure....Fiore aveva montato il cavetto d'acciaio per finale ed aveva innescato tre malote che si mantenevano vive. La ricciola non se ne andava più, i suoi giri erano sempre più brevi, divorava malote a più non posso. Fiore l'aggancia. tutti in piedi. si volta verso di noi. tutti seduti. Il tizio si porta ai piedi dallo scoglio. I due intonano cantilene in dialetto. Canti antichi di civiltà' immerse nel tempo. Non capisco le parole ma ne percepisco la forza. La lotta non finisce mai. Mi succedono cose strane la mente prima di impazzire si difende pensando ad altre cose. Ed in maniera rapida, come occhiata all'esca, mette a fuoco la luna vecchia a sempre nuova, gabbiani dal petto cinerino, le onde. Sente il pulsare affannoso del cuore e, complici gli occhi, passa in esame il vedere. E vedeva che il moto ondoso aumentava; che sulla spiaggetta si depositavano un'infinita' di oggetti. Legni di fasciame, forse testimoni di naufragi. Frammenti di anfore di chissà' quale civiltà'. Pezzetti di corallo, sassolini levigati coma pietre preziose. Nell'ultimo orizzonta di mareggiata, migliaia di cicche di sigaretta. Bottiglie rotte. La copertina di un libro "La rosa e l'a..." lattina di coca cola. Tappi a corona. Una siringa. Noci di catrame. Buste di plastica. La mano gentile di una bambola. Più dietro, tra le canne e lo stramonio, vedeva i Topinambur come Trifidi in attesa di attaccare la terra. La lotta non finiva mai poi la vedemmo offrire la purezza dei fianchi al Dio dei grandi regni. Bella, bella, bella!!! Si scompose Losardo. Madonna mia!! ! !