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Cambiamenti climatici: le previsioni dell' ISPRA e del Ministero dell'Ambiente (estratto tesi di laurea)

Di Silvio Voltazza pubblicato il 03/05/17

Un importante di minaccia per l'ittiofauna italiana, apparentemente non
collegato all'uomo ed alla sua influenza degradante per i corpi idrici, riguarda i
cambiamenti climatici, che indubbiamente sono in corso e influiscono
significativamente su ogni tipo di ecosistema presente sulla Terra, compresi ovviamente
quelli acquatici. Secondo il Global Environment Outlook, il nostro pianeta sta
attraversando un periodo che viene definito dagli esperti come la “sesta grande
estinzione”, che però, contrariamente a quanto sostenuto da molti, a differenza delle
altre cinque precedenti non è conseguente a cambiamenti naturali, ma dovuto in larga
parte all'attività umana, che ha immesso nell'atmosfera ingenti quantità di gas nocivi, i
gas serra, immissioni che hanno avuto l'effetto di alterare in maniera significativa i trend
climatici globali, risultando tra le cause primarie di perdita di biodiversità. Un legame, quello tra attività umane e cambiamenti climatici, che è stato ribadito più volte,
soprattutto se si pensa all'influenza in questo senso dell'utilizzo dei suoli e all'uso di
combustibili fossili da parte dell'uomo, responsabile dell'incremento soprattutto di
monossido di carbonio nell'atmosfera, e all'impatto dell'agricoltura odierna, che provoca
incrementi di metano e di protossido di azoto. Bisogna precisare che i gas serra sono
comunque già presenti in natura: ci riferiamo al vapore acqueo, all'anidride carbonica
stessa, al metano, all'ossido nitrico ed all'ozono. Le varie attività antropiche
contribuiscono tuttavia ad aumentare le concentrazioni di questi gas, a cui se ne
aggiungono altri totalmente di origine artificiale (soprattutto si parla di protossido di
azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoro di zolfo). Le attività
maggiormente responsabili di questo fenomeno sono principalmente quelle legate alla
produzione energetica (per le quali i combustibili fossili rappresentano la risorsa
principale a cui attingere), responsabili, nel nostro Paese (nel periodo 2008-2012),
dell'82,8% delle emissioni di gas serra nazionali, a cui si aggiungono le attività
industriali (6,3% delle emissioni nazionali) e agricole (7,1%). Qualche dato
quantitativo: le emissioni di carbonio, provocate dall'utilizzo di combustibili fossili,
hanno conosciuto un aumento significativo, salendo dai 6,2 miliardi di tonnellate del
1990 agli 8,5 miliardi di tonnellate nel 2007, con un tasso di crescita annuo del 3,5% dal
2000 al 2007, ben superiore a quello registrato nel periodo tra il 1990 ed il 1999, che fu
dello 0,9%. Unica nota positiva a riguardo è il costante declino, registrato dal 1990 al
2013, per quanto riguarda il contributo dei combustibili fossili nel consumo interno
lordo (ovvero la somma della produzione lorda di energia elettrica e del saldo degli
scambi con l'estero), sceso dal 93,8% del 1990 all'81,3% del 2013, in larga parte come
conseguenza degli effetti della crisi economica, maggiormente evidenti a partire dal
2008. Le conseguenze delle emissioni di gas serra, a livello globale, sono stati già più
volte illustrati e discussi, mettendo in evidenza come, con la diminuzione dell'efficienza dell'azione “catturante” di terre e soprattutto oceani nei confronti di questi gas, il
fenomeno del riscaldamento globale (di cui essi sono i principali responsabili) diventa
ogni anno più evidente e continuerà a farlo. Questi cambiamenti hanno ovviamente
conseguenze importanti per gli ecosistemi terrestri e per le specie animali e vegetali che
li compongono, dato che riguardano, tra gli altri fattori, temperatura, che sta appunto
aumentando, regime delle precipitazioni e dei venti, eventi climatici estremi, che stanno
conoscendo variazioni non trascurabili per quanto riguarda la loro periodicità e la loro
intensità. Tutti fattori che determinano cambiamenti sostanziali negli ambienti naturali e
nel comportamento delle varie specie, che possono reagire in vari modi, adattandosi alle
nuove condizioni, cambiando alcune fasi del loro ciclo biologico, spostandosi verso
latitudini più adatte per la loro sopravvivenza, generando sconvolgimenti nella catena
alimentare e nelle reti trofiche, ovvero negli ecosistemi e nella biodiversità che li
contraddistingue. Ci troviamo in un'era che dal punto di vista climatico non ha
precedenti nella storia della Terra, perché mai la concentrazione di gas serra era stata
così alta, né tantomeno un simile cambiamento era mai avvenuto con tanta rapidità.
Nella regione globale in cui si trova l'Italia, ovvero quella Mediterranea, così fortemente
caratterizzata dall'alternanza delle stagioni, e geograficamente collocata tra le aree
tropicali e le medie latitudini, l'impatto di questi cambiamenti può essere difficile da
comprendere, vista l'enormità di parametri e di fattori che vanno presi in
considerazione, e la sostanziale impossibilità di fare esperimenti sul clima della Terra,
se non tramite modelli numerici di circolazione generale, che vengono ogni giorno
affinati e perfezionati. Con questi strumenti è dunque stato possibile fare delle
previsioni sulla possibile evoluzione climatica della regione Mediterranea, anche se gli
studi a riguardo risultano oggi relativamente scarsi, poiché quelli effettuati riguardano
aree geograficamente molto più estese, da cui trarre conclusioni precise e dettagliate
sulla sola regione Mediterranea risulterebbe difficile oltre che azzardato. Ad ogni modo,
secondo le proiezioni CMCC (Centro EuroMediterraneo per i Cambiamenti Climatici),
è possibile affermare che l'aumento dei gas serra per la regione Mediterranea
probabilmente si tradurrà in una diminuzione delle precipitazioni nel periodo invernale del 20-25%, mentre aumenteranno in maniera sostanziale le temperature estive, che
potranno dare origine ad anomalie simili a quella verificatasi nell'estate del 2003.125 In
quell'anno, durante il periodo estivo l'Europa fu colpita da una massiccia ondata di
caldo, eccezionale sia per durata che per intensità, che portò all'abbattimento di diversi
record di temperatura in molte città europee, con danni agli ecosistemi, alle
infrastrutture ed alla popolazione che in Francia e Portogallo portarono anche ad una
crisi politica. Dall'analisi dei dati ISPRA si evince che dal 2013 ad oggi l'Italia ha conosciuto un
incremento costante delle temperature medie, con il 2015 che è risultato essere stato
l'anno più caldo dal 1880 ad oggi, con anomalie sempre più marcate
nel periodo estivo. L'ISPRA ha fornito anche alcune previsioni future sul clima
italiano, che è previsto subire importanti modifiche, nel corso di un secolo, con
variazioni nella temperatura media (con aumenti stimati tra gli 1,8 e i 5,4°C, e fino a 7°C nel periodo estivo); le proiezioni per quanto riguarda le precipitazioni sono assai più incerte, ma concordi nel prevedere eventi più intensi ma meno frequenti. Un'altra
possibile conseguenza negativa riguarda la probabile (ma non ancora provata) azione di
accentuazione degli effetti negativi dovuti all'eutrofizzazione: la comunità scientifica
infatti è unanime nel riconoscere che il riscaldamento globale fa diminuire la solubilità
dei gas, e quindi anche dell'ossigeno. Se questo di per sé rappresenta una grave
minaccia per la sopravvivenza di ogni organismo acquatico, è ragionevole supporre che,
vista la domanda sempre crescente di ossigeno conseguente ai processi di
eutrofizzazione (essenzialmente dovuto alla proliferazione di vegetazione acquatica
superiore alla media), quello prodotto dai processi di fotosintesi sarà sempre più
inadeguato alla sopravvivenza delle comunità biotiche. Anche se sono necessari studi
più approfonditi e ulteriori verifiche, dunque, i cambiamenti climatici sono un fattore di
minaccia non più trascurabile, né dalla comunità scientifica né dal mondo politico, per il
benessere della società e degli ecosistemi: le attività antropiche hanno impresso
un'accelerazione mai vista a questi cambiamenti, e così come l'uomo ne è la principale
causa evidente, può diventarne la soluzione.


L'impatto sui corpi idrici superficiali


Come già brevemente accennato, i cambiamenti climatici stanno lanciando sempre
nuove sfide agli ecosistemi, e quindi alla fauna ed alla flora in essi presenti. La
domanda principale a cui si tenta di rispondere è in che termini essi influenzeranno la
biodiversità. Se generalmente la comunità scientifica ha sempre analizzato i
cambiamenti delle specie su periodi molto lunghi, i cambiamenti climatici degli ultimi
anni li costringono ad operare su scale temporali molto più ristrette. Queste previsioni
vengono fatte oggi tramite modelli empirici, i modelli bioclimatici (o climate envelope),
i quali sostanzialmente osservano la distribuzione delle varie specie in seguito a diversi
cambiamenti climatici (per forza di cose approssimativi, vista l'ampia zona geografica
che prendono in considerazione), o semplici modelli concettuali, considerando quello
che già è stato osservato in tempi storici recenti. Alla luce di queste osservazioni, risulta
che le specie che meglio sapranno adattarsi ai cambiamenti climatici saranno quelli con maggiore capacità di spostamento e di dispersione a più ampia valenza ecologica,
mentre quelli con areali di distribuzione più limitati e meno adattabili potranno
incontrare maggiori difficoltà. Per quanto riguarda gli ecosistemi idrici, i cambiamenti
climatici in atto trasformeranno soprattutto gli habitat attraverso un innalzamento della
temperatura dell'acqua, e determineranno mutamenti nella portata idrica dei corsi
d'acqua che dovrebbe subire un calo significativo, dato che, come spiegato, le
precipitazioni saranno verosimilmente più rare e i periodi di siccità e di caldo torrido
subiranno un aumento. Ad accentuare questo calo contribuiranno le diverse attività
antropiche, che progressivamente causeranno una diminuzione della risorsa idrica a
disposizione, e che, a lungo andare, non potrà essere “ricaricata” in modo adeguato né
dalle fonti naturali costituite dai ghiacciai, che si stanno sciogliendo sempre più, né in
modo adeguato dalle precipitazioni, che si faranno sempre più rade.
Previsioni realistiche si possono fare per quanto riguarda i fiumi presenti in zone
montane che, in seguito al progressivo scioglimento dei ghiacciai dovuto
all'innalzamento delle temperature, dovrebbero conoscere un aumento della portata
idrica nel periodo estivo, che diminuirà sensibilmente una volta che la risorsa idrica dei
ghiacciai andrà esaurendosi. In queste zone di montagna, la portata idrica subirà un
ulteriore calo dovuto alla richiesta d'acqua necessaria a varie attività umane, come la
produzione di neve artificiale durante il periodo invernale, e l'attività di irrigazione nel
periodo primaverile-estivo. A ciò bisogna inoltre aggiungere l'intensa attività di
captazione idrica svolta per fini idroelettrici, che contribuirà a peggiorare la situazione,
oltre a quella di bacinizzazione, legata alla costruzione di dighe: per queste ragioni, i
corsi d'acqua alpini corrono un grave rischio, che riguarda la loro sopravvivenza come
quella delle specie che vivono al loro interno, vista la presenza di molte specie stenoecie
fredde (caratterizzate quindi da una bassa valenza ecologica), che presentano
distribuzioni molto limitate se non addirittura puntiformi, come nel caso di molti
endemismi alpini, che saranno destinati verosimilmente a contrazioni importanti nelle
loro popolazioni, se non addirittura a diverse estinzioni locali. Con l'innalzamento della
temperatura dell'acqua anche nei tratti di fondovalle, inoltre, alcune specie aliene ad ampia valenza ecologica si ritroveranno avvantaggiate: è il caso del gambero rosso della
Lousiana, che come spiegato ben sopporta temperature tropicali, e che quindi
verosimilmente conoscerà un significativo aumento della propria distribuzione,
fenomeno che dovrebbe interessare anche il Pesce siluro, che come illustrato ha più
facilità a riprodursi in acque con temperature superiore a 20°C.
Riguardo le “piccole acque”, termini con i quali si è soliti indicare pozze, stagni,
acquitrini, fossi e lanche, essi non godono di alcuna particolare forma di tutela, non
essendo comprese negli habitat elencati nella Direttiva “quadro sulle acque”, e dunque
per i quali non è prevista alcuna opera di monitoraggio. La loro importanza dal punto di
vista faunistico è tuttavia indubbio, dato che fungono da importanti corridoi ecologici
(insieme di habitat interconnessi che consentono lo spostamento della fauna e lo
scambio genetico tra le specie vegetali, contribuendo allo sviluppo della biodiversità):
questi ambienti sono destinati a subire drastiche alterazioni dal punto di vista idrologico,
determinati da periodi di siccità sempre maggiori, a cui si aggiungeranno gli effetti
antropici negativi, che hanno già causato la scomparsa di una percentuale consistente di
questi ambienti sul suolo italiano, stimato nel 2005 tra il 60% e l'80%.
Urge dunque pensare ad alcune ipotesi di intervento, che, come spiega il prof. Nonnis
Marzano, potrebbero consistere nel “salvaguardare quelle zone laterali e marginali dei
corsi d'acqua che una volta esistevano, fare interventi di macrobacinizzazione per poi
usare l'acqua nel momento in cui questa è necessaria, interventi per esempio di ricarica
della falda acquifera, cercare di non perdere tutta l'acqua di cui disponiamo e
conservarla per un bisogno futuro”


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