COMMEDIA BALTICA . - Parte II - L'INFERNO.

di Samuele MAFFEI pubblicato il 13/12/16

L’INFERNO

Il fascio luminoso che trapassava il vetro della finestra si precipitò sui miei occhi che rimanevano chiusi per non subire lo stordimento tipico del passaggio buio/luce. Li aprii lentamente, e ad ogni scatto delle mie ciglia un’immagine quasi trascendentale si mostrò nella sua interezza. Un’immensa distesa di conifere adagiata in un letto di nebbia. La cornice che divideva l’interno dalla visuale dell’esterno rendeva il tutto eguagliabile ad un quadro di Renoir.  Richiusi e riaprii gli occhi per capire bene se non mi trovavo ancora nel sogno ch’avevo abbandonato poc’anzi. Un rumore di cocci e di stoviglie mi svegliò del tutto e spostò il mio sguardo sulla stanza dove c’era Antonio intento a sistemare la tavola in cui la sera prima avevamo mangiato. In un istante tutti uscirono dalle proprie camere e riempirono la sala centrale. Capii che era ora di svegliarsi e lo feci senza la minima tentazione di rimanere a letto.

Una ricca colazione a base di torta al cacao e caffè americano ci rimise in sesto dandoci  la carica giusta per iniziare la nostra sessione di pesca.

Dopo esserci vestiti a dovere per affrontare le basse temperature, seguimmo Marina verso il pontile dov’erano stanziate le tre imbarcazioni “Pirhana” montate su tre Suzuki 20 cavalli e motori elettrici di prua.

Gli equipaggi vennero improvvisati al momento e consistevano in una barca composta da me, papà e Sandro, e le restanti due dalle coppie Luigi/Francesco e Simone/Antonio.

A bordo di ogni imbarcazione c’era un ecoscandaglio dotato di GPS e Navionix che ci avrebbero aiutato a raggiungere gli spot di pesca segnati sullo schermo.

Le barche iniziarono ad avanzare  seguendo il piccolo tragitto nei pressi della riva, delineato da stampi di folaghe, che servivano ad evitare l’urto con le rocce circostanti. Prima di salire in barca ci radunammo  per un briefing orientato sulle strategie di pesca che avremmo affrontato in quella prima giornata.

Il sole affacciava il suo primo sguardo infiltrando i suoi raggi tra la fitta popolazione di alberi che contornavano lo specchio d’acqua. Scegliemmo tutti di rimanere nel fiordo vicino casa, in modo da cominciare a prendere confidenza con gli strumenti di navigazione evitando quindi di incorrere in inconvenienti dovuti all’inesperienza.

Distese di canneti e agglomerati di rocce si alternavano con più o meno continuità facendo di quel posto un vero e proprio paradiso del luccio.

Slider, piccoli jerk e spinnerbite iniziarono a cadere in prossimità delle canne più esterne su un fondale variabile da 1 a 3 metri ricco di vegetazione. Al terzo lancio ebbi uno strike di un esocide microscopico che sembrava promettere un gran numero di catture. In realtà ogni convinzione venne meno quando ci accorgemmo di aver girato mezzo fiordo senza portare un pesce in barca.

Era l’una di pomeriggio e decidemmo di sostare in un posto coperto dalla luce solare che colpiva la terra quasi perpendicolarmente. Parcheggiammo le imbarcazioni adagiandole su un piccolo praticello verde smeraldo che sembrava un tutt’uno con l’acqua salmastra del baltico.

Salimmo su una piccola collinetta per raggiungere il bosco che faceva da barriera ermetica al calore tipico delle ore centrali. Il pranzo diventò una sorta di riunione per organizzare il seguito della giornata. Avevamo lanciato le nostre esche per centinaia di metri di canneto senza ottenere alcun risultato. Dovevamo trovare una soluzione rimanendo sempre nei dintorni della base. L’unico cambiamento sarebbe potuto avvenire variando la tipologia di spot. Decidemmo quindi di concentrare la nostra azione di pesca nella zona più esterna e più rocciosa della grande ansa. Dopo alcuni lanci i primi attacchi iniziarono a farsi sentire e qualche lucciotto non superiore ai 70 cm cominciò ad essere immortalato dalle nostre macchinette.

Poi di nuovo il nulla.

Sembrava che dopo le prime catture i lucci avvertissero la nostra presenza e se la dessero a gambe levate.

Iniziò un altro tentativo di ricerca nella parte est del fiordo, partendo dal punto che avevamo abbandonato all’ora di pranzo. L’accostamento delle imbarcazioni era sempre silenzioso grazie all’uso dell’elettrico di prua che ci permise di vedere e sentire delle vere e proprie “mangianze” all’interno dei canneti. Un grido soffocato dal silenzio animava le nostre facce che sembravano mostrare l’espressione del trionfo, come se quei pesci avessero già abboccato alle nostre lenze.

Solita scena.

I primi lanci avevano sempre un buon esito, con pesci anche apprezzabili, ma pure questa volta l’euforia delle prime catture simultanee fu divorata dal seguire dell’inattività più totale.

C’era qualcosa che non quadrava, e mai come quella volta la pesca al luccio nascondeva segreti quasi di origine mistico-esoterica. Ogni spiegazione derivata dalla consultazione del bagaglio empirico veniva smentita dalla realtà dei fatti.

Il sopraggiungere della notte iniziava a rompere il confine tra acqua/terra/cielo e fummo costretti a tornare nel lodge con in testa una ferrovia di domande che sembravano non trovare alcuna stazione. L’unico pensiero positivo durante la navigazione verso casa riguardava la sauna che distava qualche minuto di orologio e che avrebbe tolto dai nostri corpi il freddo assorbito durante l’intera giornata.

La cena era pronta per le 8.30 ed il tavolo iniziò a prendere le sembianze di un vero club di pesca date le argomentazioni portate avanti. Molte pietanze, preparate da diversi membri del gruppo, giravano per le varie postazioni andando pian piano a smaterializzarsi.

Durante il pasto il cellulare di Marina squillò, facendo abbassare il tono di voce delle varie discussioni.

Dall’altra parte della linea c’era suo fratello Stefano, impegnato in quel periodo a fare la guida nelle acque irlandesi.

I rumori di sottofondo diminuirono di colpo,  per lasciar spazio ad un fascio di attenzione puntato sull’altoparlante  del cellulare che emetteva stridula la voce del Vallongo. Tutti sapevamo che nessuno meglio di lui poteva darci delle spiegazioni riguardanti la causa del negativo andamento di inizio sessione. Da un discorso lungo e di difficile comprensione, vista la carenza di segnale, emersero alcuni concetti che sembravano ridisegnare le nostre facce col pennello dello stupore.  “ La pesca nel baltico è ben diversa da quella nelle  acque interne dato che lo spostamento di foraggio, legato a fattori meteorologici, può essere di portata chilometrica e comporta il conseguente spostamento dei lucci”. Capimmo inoltre che il vento che soffiava in quella settimana (N/NE) stava allontanando i pesci dai fiordi vicino la base e che quindi i pochi risultati ottenuti in quella misteriosa giornata erano dovuti all’attività di quelli stazionari.

La connessione s’interruppe ma le parole di Stefano continuavano ad aleggiare nelle nostre menti anche sotto le coperte. Poi il candido buio del sonno ci abbracciò……

A PRESTO IL SEGUITO DEL RACCONTO CON MOLTE SORPRESE E COLPI DI SCENA…..






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