COMMEDIA BALTICA . Parte III - IL PURGATORIO

di Samuele MAFFEI pubblicato il 10/01/17

IL PURGATORIO

Motivati e rigenerati da quanto sentito la sera prima ci affrettammo a terminare la colazione e a sistemarci nelle tre barche ormeggiate.  Molti artificiali erano stati scartati dai nostri armamentari attivi, data la possibilità di pescare esclusivamente con esche antincaglio o quantomeno floating. Nei nostri secchielli quindi facevano da padroni spinnerbite, slider, mini-jerk e qualche jig per le zone di acqua più profonda.

Marina ci spiegò, tramite l’utilizzo del navionix, come arrivare nella destinazione che avevamo scelto: il fiordo di Hamina.

La durata di navigazione prevista era di 45 minuti, ma ne impiegammo solo 30, probabilmente grazie all’ausilio del vento. Dato che alla guida c’era mio padre, approfittai per godermi un attimo di relax sulla prua della barca. Gli spruzzi derivati dall’impatto dello scafo con l’acqua che mi colpivano la schiena,  favorirono lo stato di dormiveglia durante la navigazione,  fino a quando il rallentamento improvviso del motore segnalava l’arrivo sullo spot di pesca. Mi rimisi in assetto: polarizzati,cappello e canna in mano. Il mondo botanico sommerso, evidente ai nostri occhi forse grazie ad un particolare angolo di riflessione della luce, sembrava aver preso come esempio per generarsi, l’allestimento di un acquario. Gruppi di piante standardizzate per dimensione e colore si susseguivano tanto da riempire l’intera baia. Lo spinnerbite era d’obbligo, altrimenti sarebbe stato veramente difficile solo far cadere l’esca in acqua. Pianificammo la battuta di pesca in questo modo: la nostra barca (composta da me,papà e Sandro) avrebbe affrontato la parte più esterna del fiordo, mentre le altre due barche si sarebbero dirette nella parte più interna, poi ci saremmo ritrovati all’imbocco della gola a mezzogiorno.

 La tramontana  rendeva quasi impossibile un normale drift, quindi decidemmo di utilizzare la tecnica del powerfishing (per qualcuno del gruppo powerfashion), secondo la quale un membro dell’equipaggio sarebbe stato al controllo del motore, mentre gli altri due pescavano in velocità al ridosso del canneto. Era anche un ottimo sistema per cercare dove si nascondevano i birbanti. Lanciammo ininterrottamente per due ore ,prima costeggiando i canneti, poi gli erbai delle zone centrali. Qui qualche sporadico attacco riaccendeva la nostra forza di volontà, ma ben presto ci accorgemmo di trovarci in una situazione analoga a quella del giorno prima.

Mezzogiorno.

 La “riunione” ebbe inizio e sembrava la replica di quella della giornata precedente, se non per il fatto che ci trovavamo in acqua. Ancora una volta la pausa pranzo diventò motivo di ricerca di spiegazioni che potevano avere un fondamento logico: avevamo cambiato fiordo, seguendo le indicazioni di Stefano,  ma potevamo aver sbagliato la scelta dello stesso tra i tanti che avevamo a disposizione. Dal voto della”Camera” prevalse l’iniziativa di riavvicinarsi al lodge per affrontare le ultime ore di luce in uno spot con cui avevamo instaurato un minimo rapporto di familiarità, sperando su qualche pesce che non aveva subito l’influenza degli eventi meteorologici.

Il viaggio di ritorno sembrava essere esattamente la riproduzione contraria di quello di andata, forse per la rigorosità di mio padre nel seguire la linea tratteggiata del GPS che indicava la strada da percorrere per evitare ostacoli vari. Cambiavano però i pensieri che abitavano la mia mente, assumendo un carattere di completa negatività. Erano diventati persino fastidiosi gli spruzzi d’acqua per cui prima gioivo.

Arrivati in prossimità del canneto che, in qualche modo, nella pescata precedente aveva regalato pesci di taglia maggiore, il vento s’arresto di colpo. Il sole, poco distante dalla vetta più alta, iniziava a diffondere un’ aria malinconica. Tutto il quadro naturale in cui eravamo immersi sembrava essere coperto da una calma insolita rispetto la costante presenza di vento che ci aveva accompagnato per tutta la giornata.

Dalla quiete una tempesta. Di nuovo cacciate simultanee mettevano in difficoltà i banchi di aringhe che saltavano fuori dall’ acqua per sfuggire all’agguato. Cercai nel cesto un’esca che potesse quantomeno imitare il colore del foraggio che avevo visto . Scelsi la fatidica ricky the roach  di colorazione naturale e la lanciai in prossimità della schiuma sollevata da quei momenti di turbolenza. Tre giri di manovella e uno strike deciso diede inizio al combattimento più entusiasmante della trasferta finlandese fino ad allora.  Questo anche grazie alle ripetute acrobazie della preda che contrastavano la calma circostante.  Un bell’esocide  entrò nel guadino portando con se un banco di alghe impattato durante il combattimento. Lunghezza,potenza e velocità tutte racchiuse in 90 centimetri di corpo avente una colorazione scura, probabilmente derivante dal fondale altrettanto scuro in cui viveva.

Con il rilascio di questa cattura si concludeva una giornata di pesca che non aveva toccato la bandina delle aspettative, ma che segnava un passo in avanti verso quella di fine vacanza. Il baltico aveva vinto ancora, tenendo ben nascosti i grossi branchi di pesce in chissà quale  fiordo e regalando emozioni sporadiche che alzavano l’asticella delle speranze per un tempo limitato e di conseguenza abbassavano quella della nostra motivazione. Ce ne tornammo nel lodge, col vento in faccia ed una sconfitta sulle spalle.

Se le prime cene avevano come discussioni principali vecchi aneddoti di pesca e pianificazioni per i giorni successivi, questa volta la tavola sembrava animata da dubbi e perplessità. Era possibile che l’esperienza accumulata in anni di pesca (chi più e chi meno) non sarebbe servita a sconfiggere il “mostro sacro della ricerca”? Ognuno proponeva il suo filo d’Arianna per uscire da quel labirinto misterioso, ed  il più spesso ed il più intrecciato (condiviso) era quello di lanciare nelle baie  dove quella maledetta tramontana  entrava dal mare aperto. Era l’unico ragionamento logico che non includeva le prove già effettuate. Avremmo dovuto navigare per più di un’ora il mattino seguente per arrivare nel fiordo “Russo”(al confine tra Russia e Finlandia) dove il filo scelto avrebbe testato la sua tenuta.

Viste però le condizioni meteorologiche di forte vento e pioggia moderata, decidemmo di cambiare i piani e di utilizzare la quarta giornata della vacanza finlandese come jolly, sperimentando posti nuovi non raggiungibili con più di 20-30 min di navigazione, rimandando solo di un giorno la “spedizione Barbarossa”.  A questo punto, su iniziativa di Simone, sembrava materializzarsi l’idea di visitare il Lago Vakevala (scritto nel sistema fonomorfologico italiano) , dove il Pike Pride lodge disponeva di imbarcazioni. Era una buona alternativa sfruttabile in una giornata che sembrava rendere difficile un’uscita in baltico. Sarebbe stato un peccato però abbandonare del tutto le filosofie e le strategie di ricerca nei fiordi che avevamo pianificato a tavolino in base all’esperienza delle poco fortunate giornate di pesca  precedenti. Si arrivò alla scelta mediatica di dividerci a metà per ricoprire ambedue i tentativi. Era l’unica scelta che coniugava la voglia di esplorare posti nuovi alla perseveranza che avevamo impiegato fino ad allora in mare e che non poteva essere tralasciata, magari proprio nel giorno in cui sarebbe potuta essere risolutiva. I giovani del gruppo (io,Simone e Luigi) , da sempre più animati da curiosità e voglia di esplorare, avrebbero affrontato il misterioso Lago. Questa decisione, scelta a maggioranza, animava in me dei sentimenti contrastanti : da un lato l’irresistibile desiderio di entrare in contatto con una realtà paesaggistica incantevole attestata dalle miriadi di foto che ritraevano lo spot, dall’altra il dispiacere nel dover abbandonare anche per un solo giorno l’obiettivo per cui ci eravamo battuti fino a quel momento: la caccia al luccio nel Baltico. Ma tutto sommato ero in buona compagnia e sapevo che quella giornata sarebbe stata molto divertente.

Il viaggio in macchina di Marina dal lodge al lago durò poco più di 45 minuti, che vennero divorati dalla bellezza dei paesaggi in cui eravamo immersi. Infinite colonie di aghifoglie non lasciavano spazio alla bassa vegetazione, piuttosto si aprivano per far incastrare dei bellissimi bacini che probabilmente non avevano alcuna possibilità di accesso. Ognuno era considerabile paradisiaco sia per gli spot di pesca, sia per il contesto in cui era inserito ed ognuno poteva nascondere il pike record che riempie il cassetto dei sogni di molti angler.

Arrivati al lago ci accingemmo a mettere in acqua la canadian ubicata a circa 20 m dallo specchio d’acqua che venne subito armata di motore a scoppio e di tutta l’attrezzatura che dovevamo utilizzare in quella uggiosa giornata.  Solo dopo un po’, quando la nebbia ci concesse di guardare al dilà dei venti metri successivi, ci accorgemmo della maestosità e dell’idilliaca immagine in cui stavamo per tuffarci. Il bacino era di dimensioni medio-grandi circondato da canneti e da ninfee. Al centro facevano da padrone tre isolette sovrastate da piccole villette che impregnavano quel luogo di un’eleganza superba. Ancor  più a nord si intravedeva il fiume che generava l’invaso e che già da lontano sembrava un ottima logistica per l’esocide. Ovviamente iniziammo l’azione di pesca nella sponda immediata al punto in cui ci eravamo imbarcati. L’acqua era di color rosso scuro, dato che ricalcava la sabbia del fondale. Gli spot erano di acqua bassa e talvolta l’azione di pesca era diretta all’interno delle distese di canne o giunchi che ricoprivano anche per 20 o 30 m verso l’interno la superficie acquatica. La scelta delle esche quindi era rappresentabile da un tunnel oscuro dove l’unico spiraglio di luce era intravedibile nel settore antialga/floating. Spinnerbite o morte era lo slogan di quella giornata. E spinner fu, nei canneti, nelle ninfee dove ogni tanto qualche luccetto ci faceva divertire. La continuità con cui effettuammo le catture crebbe in maniera esponenziale e diventò ben presto  paragonabile a quella delle gare di trota lago. Questa volta il problema era la taglia. Due fattori potevano stravolgere l’andamento in termini di dimensioni : la scelta di insidie più generose o la ricerca di spot in acqua profonda. Il primo lo tentammo in coincidenza con la decisione di provare a pescare nel  canale a NO del bacino. La situazione però andò degenerando perche la scelta di esche più voluminose  coincise con l’aumento degli attacchi di prede di taglia inferiore ai 60 cm. Una vera e propria invasione di mini pike si stava rivelando veramente aggressiva, ma d’altra parte spostò l’intento della nostra giornata dalla ricerca del  big pike  ad una gara amichevole in chiave numerica.  A metà giornata arrivarono buone notizie dal baltico. I pesci sembravano essersi riattivati anche nelle zone vicino al lodge e la vecchia guardia aveva salpato in barca già 3 pesci over metro.

Questa rivelazione del vantaggio degli anziani sui giovani in termini di dimensioni, in una gara altrettanto amichevole e scherzosa ci spronò nello spostare l’asse del nostro interesse di nuovo sulla ricerca delle mammone del lago. Rimaneva quindi come unico tentativo di selezione della taglia e come antidoto alla guerriglia dei “morfelusi”(come li definisce il buon Simone) la scelta di uno spot di acqua più profonda che avrebbe comodamente potuto ospitare le nonne dei bimbi.

Navigammo per 15 minuti nel centro del bacino alla ricerca di un punto con almeno 5m d’acqua e lo trovammo, grazie all’eco di bordo, nei dintorni di una delle tre isole centrali, esattamente in quella più a SE. La sponda era inaccessibile data la folta vegetazione di terra e data la distesa di canneti che faceva da barriera. Scendemmo in flipping tra i giunchi con piccoli siliconici o con gli spinner lavorati in vertical. I primi strike iniziarono a cambiare la direzione della giornata, rettificando lievemente la media delle dimensioni dei pesci.  La circumnavigazione durò circa 60 minuti a causa del forte vento che sporcava il nostro drift. La cattura più importante, di un pesce di 90 cm, la effettuò Luigi nel versante Nord dell’isola. Un pesce magnifico, non tanto per le dimensioni, ma piuttosto per la livrea gialla che colorava le bande del corpo. Il rilascio di quel pesce coincise con l’arrivo della macchina di Marina. Sistemammo l’imbarcazione, caricammo il Wrangler e tornammo nel lodge soddisfatti di una giornata di pesca all’insegna dell’amicizia e del divertimento, che seppur non aveva regalato esemplari record sarebbe rimasta impressa nelle nostre memorie per sempre. D’altra parte eravamo felici perché la nostra equipe aveva ottenuto un risultato altrettanto importante in casa baltica, con  17 pesci  in barca di cui 4 over metro. Segno evidente che le cose stavano cambiando e che forse il paradiso non sarebbe stato più un limite inarrivabile. La mattina seguente ci avrebbe aspettato un nuovo posto dove riversare tutte le nostre aspirazioni, visto che sarebbe stato l’ultimo giorno utile, e magari dove strappare per sempre una vittoria in quella sfida che iniziava a mostrare un cambiamento di direzione.

Sto parlando delle vicende nel  fiordo Russo che vi descriverò nel prossimo articolo.






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