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Gli allievi di nettuno

di Ignazio Abbruzzo di Ribera pubblicato il 11/12/11

 Chi come me è cresciuto vicino al mare,  ma anche chi è cresciuto altrove  ed ha imparato ad amare il mare, può assaggiare il miele delle nostre  avventure. Vere scorribande di ragazzi con tutto ciò che c'era intorno, cose di ragazzi, cose di allora, ma genuine ed ugualmente grandi. Le nostre avventure azzurre. Erano momenti in cui tra i racconti letti nei libri e quelli vissuti dal vero, c'era un po’ di confusione.

   Quanto tempo è passato dall'epoca in cui quel gruppo di ragazzi scorrazzava lungo le rive del mare,con l'orologio delle sfere sembra un secolo, ma con  quello dei ricordi sembra ieri.

   Le cartelle di scuola sugli scogli, un arancio in tasca, passavamo ore ed ore ad osservare i gabbiani, ad ascoltare le note dell'uccello poeta , ore ed ore a cercar bottiglie alla deriva, con dentro i piu bei messaggi dell'immaginazione. Ad osservare gli anemoni dalia dai colori fantasmagorici, le pennatule, le meduse, la barca di san Pietro, il vascello portoghese, e tutto attraverso i petali del giglio di mare. Un incanto.

 Il nostro gruppo vantava le più belle canne della costa. Si trattava naturalmente di canne vege tali recuperate dal canneto. Pulite dal fogliame le appendevamo a testa in giù affinche una volta secche rimanessero diritte. Un filo, un amo , un piombo da imballaggio, e via, col verme salterino delle nostre spiagge un vermello cosi saettante più della tremolina che certi pescatori se lo sognano. Nessun pesce gli resisteva; erano tordi, erano donzelle, erano salpette, agostinelle, cefaletti ed altri.

Poi tutti insieme con dei bastoncini, stanavamo i granchi dalle fessure, con i granchi catturati  facevamo una poltiglia. Con quell'intruglio spruzzato in acqua in piccole dosi, non vi dico con quale meccanismo , stanavamo i polipi , nessun polipo resisteva alla seduzione del preparato. Roba da far impazzire gli addetti al mestiere.

   Con un coltellino staccavamo le patelle dagli scogli lisci, patelle grosse così che la zia Maria cucinava con una salsetta marinara indimenticabile.

   Ma la soddisfazione più grande la provavamo quando andavamo a pesca con tubi, tubetti, tubi in cemento, in ferro, mattoni forati e qualsiasi oggetto avesse un foro a doppia entrata ognuno di noi ne possedeva almeno cinque.

Allora prendevamo questo nostro corredo e lo immergevamo in acque basse. Dopo un paio di giorni, andavamo a prelevarli. Era un vero spasso: vi trovavamo bavose, tordi, ghiozzi, granchi, a volte un polipetto, gamberetti, e tanti altri. I pesci e gli altri animali, trovano rifugio dentro tali buchi che scambiano per tane. Magnose e gamberetti li mangiavamo crudi sul posto; qualcuno potrebbe storcere il naso, ma è usanza comune fra gente di mare.

   Vi consiglio però, cari ragazzi di ogni età, di non provare, perchè corrrereste il rischio di diventarne ghiotti, specialmente se si tratta di delizie freschissime.

   Le altre prede invece, le portavamo in bella mostra ,  secondo noi, a certi pescatori che, se per vero o per farci contenti, ci applaudivano. Nella nostra dieta erano comprese certe spugne di mare dal frutto commestibile, i datteri le telline e le vongole che localizzavamo nella sabbia per mezzo di uno speciale forellino che esse vi praticano.

   C'è da dire tuttavia che non tutti riescono a gustare le spugne di mare,o cosiddetti tartufi, se non si è almeno Allievi di Nettuno, che è il primo grado della carriera.

Narra una vecchia leggenda che: “Vicino al mare, oltre lo scoglio d'oriente, giù alla marina dei coralli, tra i palmizi e le mangrovie; c'è una colonna, un tavolo di pietra ed una penna.” Tutti i ragazzi che amano il mare, ad uno ad uno, li, vengono battezzati allievi di Nettuno. Non è difficile arrivarci, basta spiegar le vele della fantasia, volerlo veramente, spiare dove posa l'albatros e tenerlo bene in mente.

Trovare il posto però non basta, per essere promossi a tale importante grado, bisogna prima aver superato delle prove. A dire il vero non dovrei rivelarle, ma so che sapete mantenere i segreti.

   Occorre dunque: avere nelle mani tre segni prodotti da morsicature di granchi, aver portato almeno per tre giorni un tatuaggio da medusa, avere ricevuto nelle piante dei piedi almeno tre spine di riccio. Possedere una discreta collezione di conchiglie;  aver letto Moby Dick di Melville; l'isola del tesoro di Stevenson; le due tigri di Salgari. Invece per essere promossi figli del dio del mare, occorrono prove ben più difficili, come aver letto il Vecchio e il mare di Hemingway, Due anni a prora di Danà ed essere andati per vela almeno per una volta.

Ma per conseguire il grado di capitano del mare bisogna aver doppiato Capo Horn. Non si scappa, è la legge. Ma torniamo a quei ragazzi che pescavano con tubi,  tubetti, barattoli e cavetti. Il mare ha sempre regalato qualcosa, sia da mettere nel cestino che nel cuore.

Oltre che con tubi ecc. pescavamo anche con dei “boccacci” con dentro della mollica di pane. Ma di quest'altro tipo di pesca parleremo in altre occasioni. La più bella festa era quando, un po’ cresciuti ,ci alzavamo il mattino presto per andare a mangiare i ricci giù alla marina. Per fare questo aspettavamo i giorni di plenilunio perche in quei giorni i ricci sono piu ricchi di uova. Passavamo dapprima dal panettiere e col pane fresco avvolto in una coperta scendevamo al mare. Con un pezzo di rete da marinaio lanciata e poi recuperata a strascico prendevamo i ricci che vi rimanevano impigliati e, col pane ancora caldo, prelevavamo il contenuto della metà fruttifera del riccio. Cibo da Re  chi non ha provato no potrà mai capire.

   Dopo le mareggiate poi, tutti a cercare frammenti di corallo, spiaggiati dalle onde, una attività che consideravamo redditizia. Si trattava proprio del  corallo nobilis che trovavamo in rametti non più lunghi di un centimetro, li portavamo ad un negoziante che ce li pagava profumatamente.

   Infatti col ricavato potevamo addirittura recarci al cinema, oppure comprarci un trancio di cassata che ci mandava in visibilio. Rivedo quel vecchio che pescava col cosacco, ovvero con un filo di lenza con una ancoretta pesante. Con un movimento passamano e strappa, il vecchio prendeva cefali enormi, con quella stessa tecnica che oggi chiamano spinning, ma che la nostra gente pratica da millenni. Mai potrò dimenticare il marinaio che lanciava lo sparviero, veloce come la folgore e con grande maestria andava a catturare i pesci dall'alto come fanno i rapaci. Si cari amici, un fardello di ricordi che un uomo si porta per tutta la vita e che ogni tanto, la sera, rima di dormire fa finta che sia un sogno.






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