Racconti

La nobiltà del carassio

Di Massimo Zelli pubblicato il 14/09/09

Ho preso con comodo la mattinata, il barista di Boccafossa, un vecchietto sull’ottantina mi ha appena salutato con un “non è da te arrivare a queste ore”. Il bar è spoglio, non v’è nulla all’interno che faccia pensare ad un bar, qualche sacchetto di patatine fa bella mostra di se pendendo da un espositore che andava di moda nell’88: reclamizza “la manina di gomma” dentro i pacchetti dell’ “amica chips” che nessuno fabbrica più da anni.
Credo che mio fratello che è in età da “patatine e sorpresa” non sappia manco cosa è la manina di gomma appiccicosa che ha segnato la mia età da scuole elementari...

Il bar è un posto di quelli fermi a 50 anni fa, ci vado perché  questo vecchio diavolo che contempla la sua solitudine per buona parte della settimana in un posto isolato, non ha molta cura dei modi con i clienti, ma nelle mattine solitarie in cui vado a rilassarmi sul mio “Brian” ha sempre qualche mezza frase o se gli sei simpatico qualche aneddoto da regalare al suo avventore.
Il vegliardo è un “orso” nell’indole e quando devo stare in solitudine e pensare un po’ a me stesso non c’è nulla di meglio che un cappuccino con una pasta calda servito da chi non spiccica una parola in un bar ombroso... che meraviglia sento già il sapore ghiacciato della brina invernale anche se non è ancora ora.

Il lieve sibilo del waggler che cade a 50 metri da me in un ansa del canneto che ho di fronte solca un cielo plumbeo e scandisce le 8:00. Non ci sono più di venti gradi, sto bene con la felpa, il grigio del cielo mi fa propendere per un antenna rossa che rimane più visibile in un acqua, completamente del colore di uno specchio antico.
5 palle di pastura consecutive volano a bersaglio rimanendogli dietro di un paio di metri, come le voglio io, sempre meglio corte che lunghe...La pastura questa mattina non ha l’odore rassicurante della solita bianca formaggio e crisalide, che adopero sui miei cavedani,  l’aroma persistente di “fiesta Ferrero” mi dice che ho fatto le cose per bene. Lla bagnatura con del tourteaux la rende leggera al tatto: con una stretta soltanto la palla è lanciabile e si spacca sull’acqua con una doppia stretta scende in basso , li dove deve lavorare.

Gli do due palline di incollato lunghe giusto per tentare qualche scardolona tra le canne, in questo periodo raggiungono delle taglie eccezionali e 4-5 di quei pescioni arricchiscono un bottino che già di suo potrebbe non essere  male.

La mangiata è quella tipica della scardola di grossa taglia: starata velocissima e partenza a razzo.

Devi essere rapido a ferrare altrimenti rischi che il pesce si rintani nel canneto e 9-volte su 10 lo perdi. La reazione di questi pesci quando superano 4 etti è più che degna, hanno una forza che non diresti mai.

Quando ferro tuttavia capisco che ho di fronte tutt’altro tipo di cliente:  la canna pesa sin dai primi attimi della ferrata non è come con il carassio che si sente alla fine , sembra un incaglio, ma è impossibile prenderlo staccati di un metro dal fondale.

E’ una bella carpa, ho del 14 del dragon e se è sui 4 Kg posso forzare in tutta tranquillità, gli do 4 pompate energiche e la tiro fuori dal canneto. Sembra stare al mio gioco, poi “decide di fare la carpa grossa”, si incazza e mi fa fuori 20 metri di Nylon in un attimo puntando controcorrente con tutte le forze a centro canale... Ok mi ha giocato uno scherzetto.  La perdo dopo poco ma almeno non mi ha rovinato il posto sguazzando in mezzo le canne e per questo la ringrazio mentalmente, fossero tutte così gentili.

Cambio il finale e re-innesco, allungo la lenza in modo che il terminale  sia completamente in terra e faccio in modo di poggiare anche parte della lenza attiva:  piombo la parte inferiore con una cornetta di 10 pallini del numero 7 circa 0.9 grammi. Gioco con i pallini sul fondale in modo da contrastare una lieve corrente ed  avere sempre la lenza in tiro in modo da poter vedere meglio le tocche.

 

Non mi sento nemmeno un po’ deluso della cattura scampata, anzi sono certo che il pesce risponde. Il waggler descrive di nuovo la parabola perfetta che lo porta vicino le canne. Invito la lenza facendola scendere dal gradino e portandola sui 4 metri di fondale l’attesa è breve, arriva un timido assaggio,l’astina cala fino quasi a scomparire e resta li ferma... se ferrassi ora non avrei la certezza di averlo preso. L’ideale sarebbe tirare appena ci accorgiamo che l’astina cala ma è pressochè impossibile perchè lo fa con una lentezza impercettibile e quando realizzi la cosa è troppo tardi ed il pesce ha già lasciato o quasi. Ma c’è un espediente che possiamo mettere in atto.
Il carassio fa di tutto per non farci accorgere che sta mangiando ma noi possiamo essere più furbi. Pescando con un esca grossa come un vermone di terra usiamo ami dell’ordine di un 10, fargli sentire il ferro non è poi  così difficile. Quando la lenza è in stasi semi-affondata, anzichè tirare daremo un lievissimo invito, il carassio si sentirà “perso” in quel momento, non ragionerà più sentendo “l’esca dura” e 9 volte su dieci partirà a razzo cercando rifugio dietro qualche ramo. Inutile dire che tradotto significa un affondata di quelle da manuale.
La ferrata è altrettanto rapida, mai violenta, ma progressiva e potente, all’inizio il peso che sentiamo non è così elevato ma con la progressione all’indietro percepiamo “in todo” la stazza del pesce che abbiamo in canna: già dalla mangiata sappiamo se è una sgardola o un carassio, ma la ferrata è la conferma: la scardola tenderà specie se grossa a tirarci dentro le canne e molto spesso ci riuscirà slamandosi, il carassio si bloccherà facendoci sentire tutto il suo peso.

La canna inglese è l’ideale per spegnere il cervello dalle ansie quotidiane ed osservare la perfezione di una pesca in tutta la sua semplicità ed efficacia. Passare una giornata mettendo il waggler sempre nello stesso posto è qualcosa che può darti soddisfazione solo perchè lo stai facendo.

La bellezza e la perfezione di un gesto valgono molto di più di quello che sembrano esteriormente e ci pagano nel nostro intimo di quello che si prova quando ammiriamo un capolavoro che noi abbiamo costruito....in anni.

Il telefono è spento, la sponda è gremita di cefalari ma sono lontani almeno 100 metri da me, sono in un buco che dista 80 metri dall’inzio della “sponda pulita” del campo gara: per me non esiste nessuno adesso. Un carassio dietro l’altro scandisco il tempo che passa come una sinfonia da camera di inzio 900 ed io sono un metronomo, che un tic dopo un toc con regolarità lancia ferra recupera e guadina....lancia ferra recupera e guadina ...lancia ferra ....

Lo sguardo si fissa sull’astina rossa in lontananza, ho l’impressione di poter allungare una mano e prenderla:  il movimento minuscolo e quasi impercettibile del mulinello che ne causa lo spostamento mi dice che sto facendo le cose per bene.

Lo sguardo è fisso davanti a me e concentrato, ma la testa vaga chissa dove.

L’immaginazione corre sulle rotaie di un treno ad alta velocità, anzi,  è a cavallo del waggler “in volo“ che ho appena lanciato e mi riporta ad un giorno di gennaio su una sponda  simile  fatta di tanto silenzio ed amicizia, con un amico che oggi ho pensato  perché condivide il mio stesso amore per il “bastardo” carassio.
Una mangiata mi riporta dentro questo sabato di settembre.

Contatto! C’è di nuovo lui.

 

Una scossa d’adrenalina mi rimanda alla canna adesso piegata sotto l’ennesima ferrata andata a buon fine.


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