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Le Mosche bianche

di Ignazio Abbruzzo di Ribera pubblicato il 26/12/11

 

 Eccomi finalmente sullo scoglio a pescare. Mentre mi preparo passa una barca a remi che da ai miei pensieri lo spunto per incamminarsi verso i grandi mari. Vedo i navigatori primitivi che si orientavano con le stelle e con la conoscenza delle onde, che si servivano degli organi di equilibrio del corpo come sensori ed erano capaci di avvertire la presenza di una isola o di terra molto prima di vederla, studiando la frequenza delle onde di ritorno.

   Al  largo un banco di alici segnalato da gabbiani in attività emette segnali subacustici, tramite una sorta di segnale della specie, attenzione gabbiani avverte il segnale, adunata in banco, ricciole all'attacco, inversione di direzione.

Sugli scogli i granchi prendono il sole, divertendosi a produrre con la bocca bollicine di acqua e loro sanno il perchè.

Sullo sfondo una specie di granchio avanza lentamente verso un pesciolino che bruca. Non riuscirà mai a catturarlo penso, ma osservo ugualmente la scena, il granchio batte le chele e le batte a vuoto producendo uno sparo subacqueo così  potente da uccidere il pesciolino. La vibrazione da lui generata ha raggiunto una intensità tale che tutta l'alga intorno ha tremato, la sabbia si è sollevata in una nuvola.

   Dio mio mi dico; dove sono?

Sono qui sullo scoglio a pescare. A pescare? In verità c'è una lunga coda di pensieri nella mia mente, e non riesco a liberarmene. Quell'io antico che capisce solo ciò che vede e ciò che tocca, non ha ancora preso la canna. C'è nell'aria qualcosa che lo disturba, ma non so cosa.

   I miei occhi però, anche se ancora velati dalla città, non hanno ancora scordato di vedere. Sento come un leggero tremolio della realtà come se la mia identità volesse congiungersi con  l'acqua, è una percezione un dito sotto il livello della coscienza.

Sento voci lontane, parole immagini, frammenti di felicità  e di amarezze , accumulati dalla onda, li sento ma non sono in grado di tradurli. Ho una pastura a base di pane e pecorino

Ho le mani e tutto il resto che odorano di pecorino, ma faccio finta di non sentire. I cefali si avvicinano in piccoli branchi attratti , dalla pastura, ma il mare è troppo limpido e se ne vanno. C'è una rientranza alla mia sinistra, nella cui imboccatura si accumulano forze di superficie a formare piccole onde che si rivoltano e si ricreano ad infinitum.

La risacca stende veli bianchi sulla spiaggetta e leviga le perle dei sassolini. A sorvegliare l'imboccatura c'è uno scoglio; forse è il famoso scoglio di oriente che è sempre più avanti a noi. Il mare è illuminato da una luce bianca, mutevole.

Laggiù all'orizzonte, alla fine del mondo, il cielo è attraversato da nuvole rosse e di turchese che si sovrappongono. Quell'essere semplice che è venuto con me a pescare, che vive solo una cosa alla volta, non ha ancora preso la canna. Sono ancora frastornato dalle parole, dai rumori del mondo, come potrei pescare?

Più avanti sulla lunga scogliera invece pescano. Le ligie corrono da una parte all'altra degli scogli emersi, sono fragili animaletti che rappresentano una ottima esca per certi pesci.

Lo scoglio sotto di me è tappezzato di mitili, sul fondo giacciono mucchi di valve triturate ad opera di grossi saraghi o di orate in banchetti notturni. Ci sono oloturie gamberetti e tante forme di vita tra le stelle...di mare.  Poi chiudo gli occhi e quando li riapro sullo scoglio d'oriente c'è un tizio con la canna. Si è seduto comodo , non troppo esposto, è sicuro di ciò che fa.

   Da come armeggia, da come si muove, capisco subito che si tratta di uno che sa pescare.

La cosa mi attrae. Ha una canna non so quanto lunga, un capolavoro. Il filo è così sottile che non riesco a vederlo. La pastura è bianca. Si tratta probabilmente di pane ammollato reso lattiginoso non so da che, forse un po’ di formaggio, ma non c'è tanta roba perchè non lascia macchie d'olio in superficie. Pesca con un gallegiantino nero e la coppietta di ami ad arte, col fiocchetto di seta bianca. Sembrano mosche finte come quelle usate dai pescatori di trote. Cosparge  le mosche bianche con qualcosa che à sulla mano e mette in pesca.

Tira un po’ il filo verso di se e poi lo molla invitando il cimino a lavorare. Il galleggiante è caduto perfetto sulla prima onda. Senza dubbio è un maestro, un esteta, sono incantato, lascio a terra la canna e pesco con gli

occhi. L'attesa non è lunga, il tizio comincia a pescare cefali uno dietro l'altro. Ha creato un momento magico, uno di quei momenti che rimangono impressi sempre nella memoria.

   Sono cefali, salpe, occhiate, sono salpe pescati quasi a riva. I pesci li adagia nel suo cestino di vimini sicuramente ricolmo di alghe. La sua lentezza è impressionante, solo dopo mi accorgo che si tratta della calma del maestro, che serve a far  prima, a far bene.  Anche se assaporo l'istante forse più di lui, la curiosità è forte.

Devo sapere cosa tiene in mano. Ha semplicemente un formaggino spalmato sul palmo sul quale passa i due ami a coppietta col fiocco di seta. Purtroppo non sono solo io a notare che il tizio sta pescando .

Due pescatori, o meglio due tipi con la canna si avvicinano piano piano e si istallano a due metri dal maestro. Il risultato è immaginabile, l'uomo sta per scoppiare. Guarda verso me, cerca la mia mente . Produco allora un piccolo fischio e faccio voltare i due verso di me. Non pronuncio parola. Ma muovo l'indice della mano a comunicare che non si può,non si deve.

Buon Dio, se ne vanno





Commenti

Icona utente Red/ il 01/01/12
Bel racconto. Che granchi erano: quelli comuni di sabbia che si vedono dappertutto nell' Adriatico o sembravano un tipo differente? Non sapevo che ce ne fossero nei nostri mari con questo comportamento predatorio, ricordo solo che lo avevo visto in una scena su un documentario di Superquark. Quindi l' esperto pescatore usava degli ami assai piccoli (magari un 20) con un dressing di filo bianco sul gambo, o qualcosa di più rudimentale?

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