Il portale della Pesca Sportiva e dei Pescatori Tecniche, itinerari, località per pescare, prodotti consigliati, i pesci, le canne, le esche, le pasture

L'ultimo Storione

di Ignazio Abbruzzo di Ribera pubblicato il 22/10/11

AD ALESSANDRO MAGRINI

Alessandro, vivi.

Vivi nella mente di tutti i pescatori che ti hanno seguito.

Vivi nell'animo di tutti gli amici.

Mi vivi nel cuore.

 

 

I

 

C'era un ponte di barche sul Ticino, presso Bereguardo; un ponte particolare con tanti barconi in cemento affiancati e una passatoia in legno.

Per essere sul fiume di buon tempo, partivamo alle quattro di mattina, in bicicletta; sostavamo un momento sul ponte, ci affacciavamo al suo balcone e poi ci recavamo a pescare sull'altra sponda.

Io mi fermavo un po' più a lungo degli altri ragazzi, perché dovevo parlare col fiume; affidargli parole che avrebbe riferito ad un mare lontano lungo la rotta delle rondini.

Il ragazzo di allora ha ceduto un po' di anni al tempo, ma il Ticino gli è rimasto nel cuore, un attaccamento diverso da quello che prova chi è nato da queste parti, quasi un amore.

Anche questo strano ponte non è cambiato; ogni mezzo che lo attraversava produce un rumore di tavole battute che si sente per tutto il parco; come allora, quando si pagava il pedaggio per attraversarlo. Trenta lire con la bicicletta, cinquanta lire con l'automobile.

Quanti ricordi questo ponte!

Non appena vi poso piede, sento una voce che riecheggia da lontano; sembra un suono antico sospeso nell'aria. Non è il mio nome, ma mi fa voltare lo stesso, perché qualcuno, tempo fa, mi chiamava allo stesso modo.

Io non ero sul ponte quel giorno, ma da quassù si vedeva la sagoma scura dello storione che trascinava la barca, e la lenza che mieteva ogni alga; indimenticabile.

Sono ancora qui, appoggiato alla ringhiera con la stessa sindrome di allora; la stessa febbre; una cosa che mi afferra in questa regione e non mi lascia in pace. E' genetica, mi aveva diagnosticato un medico. Non si cura, mi aveva detto la veggente rapita che abita in un castello sul Ticino.

Quanti ricordi queste tavole sotto i miei piedi! Questo fiume che scorre lento e amico!

Sono ancora qui, appoggiato alla ringhiera, lo stesso ragazzo di allora, i capelli un po' più chiari; lo schermo degli occhi offuscano dalle immagini della grande città, la metropoli nervosa, caotica, la grande Milano.

Devo strofinarli, devo tenerli un po' chiusi gli occhi se voglio cancellare quelle impressioni.

Quando li riapro, a loro beneficio, c'è questo fiume che conosce la mia voce. Questo fiume che prima è torrente, che diventa subito il grande lago, che ora è quest'acqua azzurra, che fra poco diverrà il Po, che poi diventerà il mare, e poi l'oceano e il cielo, e tutte queste cose insieme.

Occhi di pescatore che pescano ancor prima di ricevere l'ordine, che scrutano i movimenti dei pesci e ne precedono gli spostamenti; che in sei millesimi di secondo ne calcolano la traiettoria e ne anticipano le sequenze, fornendo al cervello un quadro d'insieme in movimento. Milioni di cellule nervose della retina, accanto a coni e bastoncelli evolutesi nell'arco di un miliardo di anni, che hanno messo a punto dispositivi di una perfezione magica.

La mia luce ora è il parco del Ticino che si estende sulle due rive fino al regno degli azzurri.

E' un paesaggio incredibile, immenso, vi sono animali di ogni natura; c'è tutta una foresta libera di vita naturale, protetta nondimeno che dal suo peggior nemico.

“I nemici correggono – scriveva S. Agostino – gli amici pervertono.”

Visto che sono in luce giusta do un'occhiata alle barche ormeggiate alla sinistra del ponte verso valle dove c'è l'imbarcadero. Sono barche da fiume dal fondo piatto, alcune delle quali bellissime.

Per la verità non sono le barche in se stesse a interessarmi, ma ciò che testimoniano nel tempo, la funzione in loro di lasciar camminare sull'acqua.

Proprio dall'acqua sembrano provenire alcune parole che sento e che trovano ingresso nella mente.

“Il fiume non nasce, si ricrea. E' un ramo di mare, un filone d'oceano – dicono.”

Sono come voci senza corpo che scivolano sull'acqua. Che strane parole! Chissà da dove vengono.

Le percepisco tramite una via che non conosco.

La mia luce ora sono le rive, le zone di pesca dove ho gettato tante volte i miei ami.

Laggiù, oltre la prismata, tra i salici e le robinie, tra i pioppi tremuli e le farnie, avvolti da una leggera nebbiolina, pescano.

Mi spingo con lo sguardo più avanti e intravedo il barcone di Mariano. E' ancorato in un'ansa, con la baracca in legno eretta sul ponte.

Mi viene un groppone alla gola. Quella era la sua casa; la casa del pescatore di storioni; la casa del cercatore d'oro, del mio amico.

Da lui ho imparato l'uso di certe parole, di certi pensieri. Molte cose che erano sue ora sono mie, molte cose.

Mi aveva fatto una promessa prima che se ne andasse; prima di quell'ultima trasformazione alla quale siamo tutti soggetti. Lui era come l'acqua, apparteneva al fiume e il fiume a lui.

Aveva chiesto di me quel giorno, ma io non lo sapevo.

Era un vecchio schiumatore di fiume Mariano, uno che aveva passato più tempo sulla barca che sulla terraferma. Gli ero entrato in simpatia, ma tale parola non basta a descrivere ciò che voglio dire.

Era qualcosa che non si può intendere con la comune analisi dei sentimenti.

“Vorrò rivelarti un segreto – mi aveva promesso un giorno – un segreto che potrà divenire importante per te Berto. Prima ch'io muoia.”

Mi chiamava Berto.

A quell'epoca mi sembrava uno dei soliti tesori che ti rifilano i vecchi. Parole scelte con cura e servite a modo, ma lontane dalla fase di protesta che attraversavo. Avevo l'età in cui le prediche trovavano una porta stretta nella mia mente e restavano sospese nell'aria.

I tesori che riuscivo ad intendere allora erano di natura piuttosto materiale, non parole.

Era una di quelle figure che sembrano già conosciute, mai estranee in nessun luogo.

Viveva laggiù su quel barcone che si vede tra i salici. Io non lo distinguo bene perché mi è calato sugli occhi un velo stupido procuratomi da certe ghiandole. Ma sono fatti miei.

Volgo allora lo sguardo verso il fiume e lascio che il vento faccia il suo lavoro.

Le tavole su cui cammino si flettono sotto i miei passi. Sembra ieri. Mi indicava l'ombra scura dello storione sul fondo del fiume. In verità io non vedevo nulla, nonostante gli sforzi; nemmeno con l'aiuto di certi sensori. Alzavo le spalle e passavo avanti con quella benevola clemenza che abbiamo verso i vecchi. Nemmeno in seguito lo vidi perché guardavo senza gli occhi giusti, non ancora educati alle rifrangenze.

Quello che mi sembrava un grosso cordone di alghe era la sagoma dello storione sul fondo ghiaioso, seguito da altri storioni più piccoli.

Un'emozione terribile. Amara era la parola che avevo usato contro il pescatore, ma la ingoiai lo stesso.

 

 II

 

Un frastuono di tavole battute mi richiama al fiume. Aironi, anitre, gallinelle e altri uccelli lo attraversano da una sponda all'altra. Uno spettacolo. Tuffettini si immergono e riemergono in continuazione. I gabbiani (poetari) sono padroni del cielo; i corvi ispezionano le spiagge.

Il sole sta al gioco dei colori ed emana una luce verde anziché bianco dorata come nelle altre ore. Nel parco regna la solita anarchia di conosciuti rumori.

Poi l'astro punta il suo raggio su un aquilone lontano che si specchia sul fiume azzurro. Lo riconosco, è “Ala di Rogallo” pilotato da Aldo, un aquilone stupendo che vedevo anche quando c'era lui.

La sua velatura è colorata di rosso e di arancione; si culla sulle correnti ascensionali del fiume, vola sul suo vapore. Tutte le creature della foresta lo conoscono, ma non fuggono come le prime volte quando lo scambiavano per un rapace.

Senza richiesta cosciente mi sfilano nella mente i particolari di quell'avventura sul fiume, quando per tirar fuori lo storione dovette intervenire il contadino. “Tu sei la terra – gli diceva Mariano.”

Senza il suo aiuto, non saremmo riusciti a muoverlo di un centimetro. Era il pesce più grosso che avessi mai visto.

L'immagine di Geppo il contadino mi appare come fotografata in tutte le sue espressioni. Il suo forte ceppo, la sua calma e quella educazione che la gente di campagna ha saputo conservare.

“Da voi – mi aveva chiesto – l'hanno già tagliato il fieno?” “Si.” avevo risposto dopo un po' di esitazione, ma era una risposta più per compiacere che altro; perché l'unico fieno ch'ero abituato a vedere era composto da pali della luce, semafori, divieti di sosta e cartelli vari.

“Da noi invece e in ritardo.” Mi aveva spiegato. 

Sia Aldo degli aquiloni che Geppo il contadino provavano una certa subordinazione nei confronti di Mariano il pescatore di storioni; lo chiamavano maestro, e così lui si lasciava chiamare.

Mariano era l'acqua, Aldo era l'aria, Geppo la terra.

Io, invece, avevo cambiato nome: mi chiamavano Berto e non potevo gridare molto per correggerli perché ero un estraneo capitato li senza rumore e, sopportato per simpatia.

Proprio un rumore di tavole battute mi distolge ancore dai ricordi. La luce ora è confusa, color ambra, che schiarisce le leggere ondulazioni del parco.

Le foglie dei rami alti dei salici e dei pioppi mostrano alla brezza la pagina bianca.

Il sole è già caldo, ma tra gli alberi è custodito ancora un po' di fresco della notte.

Il parco è pieno di vita, c'è tutto un sistema musicale udibile al completo con l'orecchio poggiato ad un albero, come il violinista sul violino.

Laggiù, oltre la prismata, tra i salici e le robinie, tra le ginestrelle e gli acorus, pescano.

Un falco insegue un uccellino; il mucchietto di piume compie scarti e virate per sfuggirgli, vi riesce. La foresta, gli animali, la natura tutta; offrono uno spettacolo in visione unica, un teatro dal vero si offre a chi lascia l'asfalto e scavalca i rovi. Se poi farà alle piante certe dichiarazioni, coglierà il profumo lontano delle orchidee selvatiche, dei tigli, dei gelsomini, dei funghi, del muschio, della licnide.

A valle, oltre la prismata, tra i salici e le robinie, c'è un tremolar di canne. Vi sono maestri della passata laggiù a parlare col fiume, li conosco, ma oggi non ho tempo di fermarmi con loro.

Attraverso il ponte di barche e torno in quella osteria dove sentii parlare di lui la prima volta.

Prendo un bicchiere di birra, guardo il fiume attraverso il mio vetro e, coi i miei mezzi, ricreo il momento. Il mio schermo di cellule vive si illumina. A quel tavolo laggiù c'erano sedute due persone che parlavano di pesca e di pescatori.

La loro discussione però, mirava su un certo pescatore di storioni, e non poteva che cadere li.

Parlavano di un tipo intrattabile, un po' zingaro, un po' pirata, secondo il loro giudizio, ma unico in quella magia. Ogni anno ne pescava due , tre enormi. Come facesse era un mistero.

Tanti altri pescatori tentavano lo storione, ma le loro prede non raggiungevano mai un peso da ricordare. Lasciai, ricordo, le due persone nei grandi fiumi dell'Asia, uscii  e mi misi in cerca del vecchio.

Dov'era scritto che avrei trascorso con lui tutto quel tempo? Chissà dove sono scritti i nostri momenti!

Chi l'avrebbe mai detto che avrei visto pescare un pesce di quelle dimensioni? Un pesce che superava la barca di una volta e mezza. Chissà qual'era il tipo di segreto che voleva rivelarmi?

E se fosse stato davvero qualcosa di molto interessante? E se ciò che voleva rivelarmi era già in ciò che diceva? Tutte queste considerazioni mulinavano nella mia mente come viti senza fine.

Quasi mai certe occasioni si presentano al momento giusto. Quando abbiamo la forza di farle, non abbiamo quella di capirle e viceversa.

Siamo abituati a rimandare tutto a dopo.

Tutto è più difficile dopo.

Mi porto più avanti verso la riserva della Zelada e mi siedo sulla riva. L'acqua del Ticino entra in una piccola insenatura e deposita pagliuzze d'oro sui sassolini perlati. E' vero.

Miriadi di moscerini in nugoli compatti volano su e giù in verticale formando guglie trasparenti sullo sfondo della vegetazione.

Le rondini trasportano palline di fango prelevato nelle risaie appena in funzione, per costruire i loro nidi; sono in festa.

Guardo l'erba che cresce sulle rive e la confronto con le specie che crescono al mio paese.

Nessuna mi appare abbastanza aliena da farmi sentire lontano. Qua e là vegetano ricchi cespugli di rose selvatiche, consapevoli della loro bellezza.

Cresce il cardamine, il luppolo, l'acetosella che da giovane mangiavo col pane. Le regine dei fiori riforniscono gli alveari del miele delle robinie, ma i calabroni mi riportano direttamente all'infanzia quando, con uno stratagemma che non posso rivelare, rubavamo il loro miele.

Mai più ho risentito il sapore inebriante del miele del cardo. Lo stesso cardo che ci fornica la gomma da masticare dal sapore cinarino.

Ho tempo, osservo tutti i colori del bosco e mi chiedo come mai la natura impieghi tanto il rosso per le corolle dei fiori, quando le api non sono in grado di percepire tale colore.

Sono cose che conosco, ma me le ripropongo come una tregua per poi tornare agli altri ricordi.

Ciò che a noi sembra rosso, in realtà non lo è perché mescolato al bleu, quindi rosso purpureo visibile all'occhio complesso delle api.

Il rosso puro della licnide, del silene, del garofano a mazzetti invece, è riservato alle farfalle.

Sono così, senza impegno, in un atteggiamento di ricezione e sento ancora delle voci direttamente nella mente:

“Se il fiume si accorge che non sei estraneo, allora penserà che sei parte di esso; il fiume non nasce, si ricrea.”

Chissà dove ho letto quelle parole, mi aiuto.

Ricomincia:

“La corrente è la sua mente, essa è una creatura, un'entità. Tutta l'acqua di questo mondo vive ed è collegata alla sua mente, le sue parti sono connesse tra loro. Anche tu fai parte del fiume, tu sei della stessa acqua.

Aiutami ti prego, aiutami! So che mi ami, quanto mi ami. Ricordi quando bevevi l'acqua della mia corrente? Ora non puoi più farlo, le mie acque sono malate. E quei posti di pesca dove ti portavo nel sogno li ricordi? Non posso più venire di frequente come allora, non sto bene. Tu sei parte di me, io di te, aiutami ti prego, usa la parola.

Non so come io possa aiutarti, ma ti scriverò, e mi farò portavoce di tante altre persone che ti amano. Sono tante sai. Non preoccuparti fiume azzurro, ti salveremo.

La voce del fiume ora mi sembra un po' consolata ed ho il presentimento che tornerà ancora nei miei due sogni ricorrenti.

“Tutta l'acqua di questo mondo è viva – riprende lui – ogni forma di vita è acqua. Acqua che torna al fiume, al mare, al cielo; che evapora, che ricade, che scorre, che entra in ogni forma di vita.

Che è il tuo corpo, che è il corpo di ogni essere vivente; che tante vite è stata prima, che tante ne vorrà dopo.

Volgo lo sguardo verso la vegetazione del parco e l'occhio vi sovrappone il moto della corrente come un velo azzurro con i puntini d'oro.

Penso e mi prende un po' di malinconia.

Cerco poi nel cielo e, a ore dodici, l'aquilone mi incanta.

 

III

 

E' un'aquila di carta quella che vola, ha una struttura flessibile capace di adattarsi ad ogni vento. I n volo esprime la sua bellezza grazie ad una briglia con sei rami. La sua velatura è di concetto semplice, anche se esige assoluta precisione nella fattura.

Aldo degli aquiloni mi parlava di Delta, di Combattenti, di Stunters, di Farfalle, di Losanghe e di tanti altri aquiloni.

Io non ne sapevo molto, ma ero affascinato dal suo mondo con le ali, dalla sua passione. Le passioni mi avvincono.

Era un barcaiolo di professione Aldo, raccoglieva le pietre bianche del Ticino per una ditta di ceramiche di Sesto Calende. Egli riusciva simpatico alla terza parola che pronunciava, ma non si poteva seguirlo per tanto tempo, perché lui volava.

Aldo era l'aria.

La mia luce ora è rossa, è arancione. E' lassù, si specchia nel Ticino col segreto del grande pescatore.

Mariano il pescatore di storioni, possedeva il senso del tempo, in qualsiasi momento sapeva l'ora

Contrariamente a quanto dicevano, fare amicizia con lui non fu difficile. Il desiderio di conoscere, di vedere come si pescasse un pesce di quel genere era la mia chiave.

“Io sono qui per imparare da te, insegnami” gli dicevo.

Egli parlava con una erre vellutata tipica di quelle regioni ai confini con la Francia. Era di un paesino in provincia di Imperia, ma era più un cittadino del mondo; aveva passato tanti anni a prora e la sua nave aveva visto tanti porti.

“Mashallah” era il suo saluto abituale; tradotto, augurava qualcosa come Dio ti protegga.

Ora esercitava un'attività primaria chiamata pesca e di quella viveva.

Vi sono due sorrisi sospesi nell'aria, il suo e il mio.

Ala di Rogallo sta seducendo ancora i miei occhi, ma la mente è indietro a prendersi gioco del tempo. Del tempo?

Quell'uomo mi intrigava in un gioco di presente e di passato, con le sue parole, col suo fare.

Misteriose sensazioni mi prendevano e non mi lasciavano se non quando vinceva il sonno.

Quando parlava di pesca i suoi occhi subivano un cambiamento, un piccolo sole vi si accendeva dentro, e diventavano grandi, immensi, e vi si vedeva il mare; e la luce che emanava era così intensa che perfino chi non s'intende di pesca l'avrebbe notata.

Molto di quanto diceva è rimasto qui nell'aria, nelle cose, nel fiume, in me.

Non avevo usato parole magiche per convincerlo, era stato sufficiente dirglielo, manifestargli il mio interesse per gli storioni; parlargli della mia sindrome. Gli avevo detto chi ero e sembrava gli fosse bastato. Se poi aveva letto in me qualcosa che non conoscevo neppure io, non lo so.

Però mi ricordava il nonno e probabilmente lo sentiva.

In breve, tra quel vecchio e quel giovane nacque un attaccamento che non so spiegare, che va oltre il mio grado di percezione.

Era come se io e lui, in un tempo nel tempo, avessimo vissuto le stesse emozioni, pensato gli stessi pensieri. Come se io fossi vissuto in lui e lui ora volesse vivere in me. Ma c'era qualcosa che mi sfuggiva. Certi vecchi, man mano che si avvicinano a Dio assimilano un po' dei suoi attributi, perciò non potevo capire.

Certi momenti sono così vivi che sembrano rappresentarsi ancora nella memoria, nello stesso scenario.

La prima notte nella baracca col fiume che mi lasciava dormire e che organizzava i miei sogni.

I nostri discorsi con testimoni le stelle, le nostre riflessioni, le parole che con lui riuscivo a dire e che prima non venivano.

E parlavo del fiume, dello storione, della principessa rapita e delle sue apparizioni tra la nebbia delle lanche; della pesca in tutta la sua bellezza. Delle gare non parlavamo.

Parlavamo delle interiora del barbo che se bollite rendono sterili le donne, parlavamo del telo bianco della leggenda, di trote, di salmerini.

Parlavamo di tante tecniche di pesca, ma mai di gare. Prima intuivo, oggi so perché.

Il mio maestro, modellava spesso dei rami di legno duro per farne bastoni, ne incideva la corteccia col coltello ottenendo disegni fantastici. Un po' ovunque, nella sua baracca c'erano bastoni.

“Perché dici che la pesca non è uno sport?” gli chiedevo. “Perché la pesca è un'attività primaria come la caccia, - insegnava – gli sports sono sostituzioni di attività primarie di comportamento. I combattimenti per il territorio, per la difesa, per la caccia, gli spostamenti, le migrazioni erano attività primarie. Alcune di queste attività, sono state sostituite dagli sports. Caccia e pesca, invece sono come allora, come da sempre; autori di evoluzioni somatiche; della perfezione delle mani.”

Seduto sul bordo del barcone verso riva, guardavo le cime degli alberi, il cielo.

Lui mi lasciava guardare, mi lasciava pensare. Mi chiedevo se qualcosa in noi fosse superiore alla passione per la pesca. “Si, c'è qualcosa di superiore, un sentimento capace di far tintinnare le stelle, ma di durata incerta.” mi rispondevo.

Andavo a letto presto, come le galline diceva il pescatore. E' chiaro che l'abitudine degli uccelli di andare presto a dormire, è buona; ce lo dimostrano le loro mirabili imprese delle migrazioni.

Al lume di candela, leggevo un libro che parlava della corrente del fiume. E' strano, ma i libri che ci interessano, in un modo o nell'altro, ci trovano.

“La corrente somiglia di più al sangue, ma non al nostro sangue. - c'era scritto – Somiglia di più alla colonna vertebrale, ma non alla nostra colonna vertebrale. La corrente è la mente del fiume.”

Era stato il mio fiume a procurarmi quel libro ne sono sicuro. Leggevo e pensavo, ma oltre queste cose, mi conciliava un sonno benefico e mi apriva le porte dei sogni.

Mi svegliava il sole che penetrava dalle fessure della porta di legno, disegnando cerchi di luce nel pavimento e disegni rovesciati effetto da camera oscura.

Mi svegliava il fagiano, la gallinella d'acqua, le anitre si svegliavano, ed un uccello dalle note impossibili.

Quando il sole era alto, Mariano si sedeva sul bordo di prua per controllare le sue lenze.

Aveva la carnagione dei biondi, ma piena di nei. “I nei – gli sentii dire – sono quanto rimane della pelle nera che avevamo non so quanti milioni di anni fa. Tutti eravamo neri.”

C'era un sorrisino nella sua conclusione, ma mi aveva lasciato li ugualmente. Ancora oggi, non so se la sua era una intuizione scientifica o una frase rubata alla corrente del fiume; a quella acqua in cammino che , con gli anni, ha accumulato tante parole.

“Per  essere uno che ha respirato la stessa aria di milioni di persone, – mi diceva – la stessa rabbia, lo stesso fumo, ti è rimasto qualcosa. Comunque, tu hai troppe cose per la testa. Troppa confusione.

Sei dedito a teorie astratte che non portano in nessun posto. A quanto dici, niente qui è come sembra, niente è com'è. Attento a non lasciare indietro le cose che saltano agli occhi, quelle che definisci fesserie, perché saranno proprio quelle a prenderti alle spalle, dopo.”

“Vivi le cose una alla volta – mi consigliava – ed una alla volta cerca di capirle; di capirle bene. Non so se faccio bene a dirti certe cose, perché ho la sensazione che tu le sappia già.

Io ti ho sentito parlare col fiume, ed il fiume parlare con te. Tu non sei quello che ahi detto, tu sei di più.

 

 

IV

 

L'aquilone complice incatena i miei occhi. Sfrutta le correnti ascensionali, vola col vento contrario. Ora è sull'isola della menta.

In quel punto il fiume si divide e poi si ricongiunge creando detta isola. Il nome le proviene appunto da quell'erba odorosa che ricopre quasi tutto il suo sottobosco. Querce e salici si mostrano coi tronchi orizzontali sull'acqua. E' un incantevole reame.

La neve dei pioppi copre qua e la le spiagge, si sposta ad ogni alito di vento creando mulinelli impalpabili, bianchi.

 La neve bianca dei pioppi, alberi segnalatori di vento.

Quale segreto voleva svelarmi il vecchio?

Non era qualcosa che apparteneva al mondo materiale, ne sono sicuro.

“Qualsiasi cosa tu sogni di essere – mi diceva – comportati come se lo fossi già, perché noi diventiamo ciò che sogniamo di essere.”

Tutti i giorni passava un paio d'ore a pescare alborelle, pesciolini che costituivano la base del nostro nutrimento. Pasturava coi resti delle alborelle, immettendoli in una corrente che li posava sul fondo, poco distante dalla barca; sempre allo stesso punto, nel regno dello storione.

Il ricordo è così pieno di magia che mi si ripresenta ad ogni minima occasione, tutte le volte che socchiudo gli occhi.

Non sono ma i riuscito a fare una frittura di pesce come la faceva lui. Dicono che è buonissima anche la mia, ma io so e non parlo.

Un giorno forse vi riuscirò, perché da un po' di tempo sento che qualcosa di me è stata sostituita da qualcosa di lui.

Mariano il pescatore, toglieva le squame alle alborelle strofinandole l'un l'altra con un pugno di sale grosso; pochi secondi ed il lavoro era fatto. Il sale con le squame argentine finiva poi in acqua, calato con una certa noncuranza.

Tuttavia, quel gesto non mi sembrava naturale, mi insospettiva. Per me serviva allo storione; al pesce che vedevo sul fondo della corrente in compagnia di altri più piccoli, sbirciando appena dal bordo del barcone per rispettare gli insegnamenti del mio maestro.

Fin dall'inizio avevo la certezza intuitiva che lo avrebbe preso, ma non riuscivo a capire perché non lo facesse subito.

Mi impensieriva un tronco d'albero semisommerso in mezzo al fiume. Se l'animale si fosse portato in quella direzione la lenza si sarebbe impigliata ai rami e, probabilmente, si sarebbe liberato.

Volevo dirglielo, ma avevo paura di dire stupidate, visto che ne avevo già una grossa collezione.

“Quanto pesava – gli chiesi – l'ultimo storione che hai pescato?”

“Duecentocinquanta.” rispose.

“Mi avevano detto di più.”

“Lasciali dire Berto, lasciali dire.”

Mi chiamava Berto.

Chissà chi gli ricordavo! Suo figlio? Suo nipote? Qualche persona che aveva perduto? Non glielo avrei mai chiesto.

Mi fai vedere la lenza per lo storione?

Tirò fuori un sugherone fasciato da una cordicella che chiudeva con un grosso moschettone.

A quell'epoca non esistevano ancora i mulinelli per la grande pesca; c'erano solo attrezzi primitivi, ma non per questo meno validi.

Non era tutta corda la sua lenza, qua e la infatti, si vedevano pezzetti di juta sommersi dai passaggi della corda stessa.

A vederli così, non si riusciva a capire cosa servissero, ne cosa fossero.

“Svolgila – mi suggerì l'uomo del fiume – sono ancorelle.”

“Ancorelle?”

Cominciai a svolgerla, non finiva mai.

Erano pezzetti di stoffa a forma di paracadute, aperte avevano un diametro di circa venti centimetri, con le cordicelle orientate verso l'amo; somigliavano grossomodo ad ancore galleggianti.

Avesse tirato il pesce, si sarebbero aperte opponendo la resistenza dell'acqua nell'incavo; avesse tirato il pescatore, si sarebbero chiuse.

Sorridevo, ed anche in questo caso avevo la certezza intuitiva del come l'uomo sa riconoscere una cosa valida anche senza prove.

Ce ne erano cinque o sei di quelle ancorelle, di che frenare una nave.

I finali erano di acciaio con gli ami saldati; ami grossi quanto un dito piegato ad uncino.

Il cavetto era inguainato con un tubicino, mentre l'amo era fasciato da un  fil di cotone, per evitare al pesce la sensazione fisica di contatto col metallo.

Seduto sul bordo dalle barca, guardavo quel sugherone avvolto di lenza e di storia; ogni metro era un sogno di pescatore.

“Non ti sporgere troppo – mi ordinava – ti vedono Berto, ti vedono.”

“Chi mi vede?”

“Lui, lo storione.”

“E' uno solo?”

“Uno grosso ed altri meno.”

Mi alzai ed andai a depositare il sugherone nel ripostiglio. La prima volta che vi entrai, fui come respinto dal disordine che vi regnava. Ma c'era qualcosa che un estraneo non poteva afferrare subito; non era il disordine degli incapaci.

Ricordo che chiusi gli occhi e li riaprii da pescatore; con quest'altro vedere, tutto era meravigliosamente al suo posto.

Ogni oggetto, ogni cosa parlava, e provavo una sensazione così intensa che mi sembrava vi fosse tra loro una presenza, un respiro.

La memoria mi restituisce ogni particolare della baracca, come se li avesse registrati per conto proprio e me li ripresenta anche quando non glielo chiedo, immagine per immagine, come per farmi piacere: la serie di cucchiaini da pesca, le sperte, le fiocine, i raffi, il giogo del luccio, la magentina, il bilancino, i mazzetti di aglio selvatico, le pannocchie di granoturco, le erbe ad essiccare, e tante altre cose.

Per non disturbare lo storione, mi sedevo sul bordo verso riva, le scarpe di gomma per nono produrre rumori sul ponte, il respiro silenzioso.

Cercavo le parole per porgere al fiume le mie domande. Sull'acqua c'era un'effimera che non riusciva a prendere il volo; compiva brevi salti e ricadeva. C'era in atto una schiusa di effimere.

Un'onda generata lontano avanzava verso monte. Un'onda proveniente dal mare come uno schiocco che venisse a frustare i responsabili del suo male.

Una trotella appena in misura, si alzò dal suo nascondiglio per catturare l'effimera di prima, ma fu anticipata da una rondinella che catturò l'insetto al suo ultimo salto.

Le gallinelle d'acqua, le anitre, i tuffettini, erano così abituati a noi che ci venivano vicini, senza diffidenza. Cornacchie e gabbiani, invece, si mantenevano a distanza.

A prua era situata una zucca vuota, forellata e vestita con una maglietta di lana; all'interno della zucca un fornellino ad olio riscaldava un certo liquido posto in un recipiente. Il messaggio chimico che emanava la “cosa” non lo conosco, ma so di certo ch'era ricavato dalla cuticola dell'Amanita Muscaria e da altri intrugli.

Sembrava incredibile, ma le zanzare ci lasciavano in pace; attratte dal vapore caldo che emanava la zucca attraverso i fori, tali insetti vi atterravano in continuazione e morivano all'istante, a causa di qualche veleno a contatto che Mariano conosceva.

In quel punto era un continuo bollare di alborelle, di cavedani, di vaironi, di trotelle; era un invito alla pesca; un'attrazione irresistibile.

Nelle nostre passeggiate lungo la stradina che si snoda nel cuore del parco, notavo che il mio maestro cercava di aggrapparsi a qualsiasi cosa; i suoi organi di equilibrio gli fornivano sempre l'informazione di stare su una barca.

Ero giovane e già godevo la natura nella sua bellezza e nel suo disegno esteriore. Osservavo l'energia del sole che si trasformava in materia moltiplicata per il quadrato della velocità della luce.

Le mie cellule, vere fabbriche chimiche, si lasciavano influenzare dalla luce vivente, in esse, aumentava la fluidità del protoplasma, i grassi si saponificavano, aumentavano le secrezioni ormonali, i pigmenti assorbivano la luce e venivano rinforzati nel compito della trasformazione di energia.

Ma i terminali delle cellule nervose avevano un puntino alieno, microscopico, del tutto simile ad una squama di pesce. Positivo alle analisi.

La mia “cosa”.

Nei libri attraverso le parole che prima erano pensieri cercavo di capire le cose della natura; ora cerco di capirla direttamente dalla materia che prima era Parola.

Intelligenza infinita mi aiuta. Ogni meraviglia vivente non mi appare più naturale, ma qualcosa di magico.

Il vecchio procedeva avanti ed io dietro, attento a che non cadesse.

Ogni pianta, ogni sostegno in verticale era abbracciato dai rampicanti, dal luppolo, dall'edera, dall'ipomea campanella, dalle viti selvatiche che a suo tempo mettono a disposizione piccoli grappoli d'uva dal sapore di fragola.

Le fragole ai margini della stradina; gli stagni coperti in superficie da una coltre verde costituita dai volvoci, ovvero da certi esserini primitivi di forma sferica, unicellulari, con tante ciglia che si muovono contemporaneamente con un'esattezza di tempo sbalorditivi. Ad ogni ombra, ad ogni crepitio poi, le rane vi si tuffano dentro scomponendo la coltre verde che subito si ricreava.

Nel sottobosco era tutto un fiorire di funghi; enormi mazze di tamburo, russule di tutti i tipi, imbutini, amanite e tanti altri.

I sambuchi offrivano le grosse infiorescenze a disco che, passate nel burro, sono qualcosa di caratteristico. Niente però supera la squisitezza dei fiori delle robinie fritti con una pastella come solo lui sapeva fare, l'uomo del fiume.

...E germogliavano asparagi di tutti i tipi; ed erbe buone...

 

V

 

Poi venne quel giorno. Mariano mi spiegò che l'allineamento di certi astri era compiuto.

Quella volta la sua voce sembrava provenire da un altro luogo, come staccata dal corpo.

Ricordo che aveva chiuso un momento gli occhi e li aveva riaperti accesi da una luce fiammeggiante.

Mi parlò di stelle a me sconosciute, di costellazioni che avrebbero  sottoposto la terra ad una sorta di marea astrale. Per un po', riuscivo a guardarlo su un piano di parità, poi mi perdevo. Anche senza sostenere il suo sguardo, tuttavia, intuivo che era il momento.

Dentro di me c'era un insieme di forze che spingevano fuori, che interessavano ogni cellula del corpo, il nervo ottico, i neuroni, il globo pallido, la sostanza nera del Sommering e … parte dell'anima.

L'età era giusta. Ma avrei dovuto stare più attento, avrei dovuto imparare tutto a memoria, far tesoro delle sue esperienze.

Un vento leggero ed insistente depositava foglie sul fiume  e ne rompeva la superficie; un vento che cambiava spesso direzione e nello stesso tempo cambiava nome.

C'era Aldo degli aquiloni, c'era Geppo il contadino, c'era Mariano con una barca da fiume dal fondo piatto e tutta l'attrezzatura a bordo.

Aveva pasturato bene il pescatore di storioni.

Il fondo del fiume azzurro, sotto il barcone, brillava dell'argento delle alborelle.

La sagoma enorme del pesce si muoveva con grande eleganza, seguita da altre più piccole. Era un capo naturale.

L'uomo innescò due pesciolini al grosso amo dalla punta affilatissima. Calò lentamente la lenza e la fece poggiare sul fondo. 

Il pesce scomparve come se avesse intuito il pericolo; poi il ricordo di tanti giorni di pastura ed il momento propizio, lo fecero tornare.

Girò un po' intorno. Nascose col lungo muso il chiaro delle alborelle. Sostò un momento e poi perse quelle con l'amo.

Mariano attese qualche secondo, un anno per me, poi diede uno strappo alla lenza; un colpo calibrato, preciso.

L'amo penetrò nell'apparato boccale dello storione, ma né questi né il fiume, si rendevano ancora conto dell'accaduto.

Il cielo era color piombo, nuvole grigie lo attraversavano in fretta, spinte da correnti insolite. Le rondini erano sparite. Era il momento in cui il siluro lascia i fondali ed abbocca ad ogni amo.

Io provavo una sensazione terribile, misteriosa che mi afferrava la bocca dello stomaco.

L'uomo del fiume approfittava del momento di smarrimento del pesce per controllare la lenza.

Poi il re dei grandi fiumi capì, si gettò al largo in corrente e fu la guerra.

Il pescatore gli dava lenza, le ancorelle si aprivano frenandone la furia devastante.

L'uomo lasciava scorrere la cordicella su uno straccio bagnato, ora sul bordo di prua, ora sul bordo di poppa, in modo da far muovere la barca in direzione diversa da quella del pesce, come un legno che scarrocciasse controvento.

La forza dell'animale era indescrivibile, era l'anima del fiume in quel momento.

Ad ogni strattone la barca sobbalzava e veniva trascinata a valle, poi verso il centro, ed ancora dove prima.

Dal  fondo del fiume salivano macchie di sangue insieme con alghe spezzate ad ogni sorta di detriti che la lenza mieteva, e bolle d'aria, quasi fossero le esalazioni di un respiro.

Tutti gli altri pesci erano fuggiti non si sa dove, affratellati da un terrore senza nome.

Io non avevo pace, alzavo le braccia, mi mordevo le labbra, camminavo, correvo avanti e indietro, inciampavo, mi impigliavo nei rovi, tremavo, avevo paura di perderlo come fosse mio; avevo sempre quel crampo allo stomaco, ma nulla mi teneva fermo.

Geppo il contadino ci inseguiva coi buoi lungo la stradina che costeggia il fiume; le sue bestie mansuete, imbragate al giogo, procedevano lente ruminando in continuazione.

“Da voi – mi aveva chiesto quella volta – l'hanno già tagliato il fieno?”

“Eccome se l'hanno tagliato!”

Il pesce puntava di traverso, nonostante venisse frenato a morte dalle ancorelle e dalla barca ostinata.

“Più a valle, più a valle! - mi ordinava il pescatore – In direzione della lenza; batti l'acqua.”

Io battevo l'acqua con un pezzo di tavola corta allora non sapevo perché. Oggi lo so, ma c'erano tante altre cose che mi sono sfuggite.

Il pescatore serrava la lenza con le mani a tenaglie e grande tensione c'era tra lui e lo sturio.

I tre uomini, invece, si intendevano con un cenno. Uno era l'acqua, uno l'aria, uno la terra.

La barca era sempre in movimento diverso dalla direzione del pesce, ora a pari, ora alla corrente, ora più a valle, ora più a monte, mai di seguito.

Al passaggio dello storione e della lenza mietitrice, saltavano in superficie miriadi di alborelle creando zampilli fantasmagorici.

Aldo manovrava i remi come nessuno sul fiume, e sfruttava la corrente come si fa col vento.

Quella volta, per via diretta, il fiume mi aveva fatto capire che non voleva. Ma anche Mariano conosceva il volere del fiume, infatti egli toccava spesso l'acqua e, con la mano a conchetta, ne beveva un po'. Così facendo, egli comunicava al fiume che non era un estraneo, ma che era parte di esso, e che non doveva prendersela tanto, perché dopotutto in quella zona, il fiume era più suo che del pesce.

Era una condizione di tempo strana, quando si ha la sensazione che il cielo stia cadendo.

Per ben tre volte pesce e pescatori fecero il giro dell'isola della menta, passarono vicino al ponte di barche verso la riserva della Zelada, poi giù verso il ponte del diavolo.

Oltre la prismata i maestri della passata avevano recuperato per seguire l'evento.

La lenza che univa il pesce al pescatore era sempre in tensione ed il vento si divertiva a suonarla come la corda di un violoncello; erano incatenati l'un l'altro.

Il tronco semisommerso che avevo visto giorni prima, mi disturbava ancora; se il pesce si fosse diretto in quel punto, si sarebbe impigliato senza rimedio.

Un'auto attraversava il ponte ed il rumore mi fa aprire gli occhi. Aldo? Vive ancora Aldo? Il suo aquilone è laggiù che si specchia sul Ticino e lo colora di rosso e di arancione. Quanti anni avrà adesso! Sono sicuro che lui conosce il segreto del vecchio.

I pescatori dell'una e dell'altra sponda erano ormai intrigati nell'impresa, un istinto gregario li accomunava. Il ponte era pieno di curiosi.

Io seguivo il contadino che masticava un filo di restuccia. Non riuscivo a capire dove trovasse tutta quella calma, ma lo guardavo e gliene rubavo un po'.

Sono passati tanti anni da allora, ma la mente, conserva intatte le immagini di cui è stata innamorata; immagini in movimento su un diorama con personaggi che non invecchiano mai. La mente possiede il più bel sistema per filmare i movimenti. I momenti sfuggono troppo in fretta e solo quando vengono registrati dalla memoria  sono nostri.

Come si lamentano le lenze quando sono in tensione! Sul filo che lega i due combattenti sale il pianto del pesce e la disapprovazione del fiume.

Mentre verso il basso scende greve l'ordine della legge vivente. Suonano le lenze quando sono in tensione.

Voleva rivelarmi un segreto l'uomo del fiume.

Che fissazione!

Mi ero fissato pure per quel tronco semisommerso, ma inutilmente perché non c'era più. Probabilmente ora stava navigando lontano, sul Po. Chiedermi chi l'avesse rimosso tornava contro di me.

Lo storione aveva chiesto aiuto al fiume che non poteva concederglielo visto che anche il pescatore era parte di esso. Aveva chiesto aiuto al padre mare che era troppo lontano per sentirlo. Aveva chiesto aiuto agli altri storioni che avevano risposto affermativamente.

Quest'ultimi già sfrecciavano sotto la barca a velocità incredibili.

Lo sturio intanto dava colpi di testa in tutte le direzioni, poi partiva in velocità, picchiava il lungo muso sul fondo arando la sabbia e i sassolini, non doveva lasciare nulla di intentato. Ma non era tutto, dopo l'incoraggiamento degli altri storioni si stava preparando per una lotta come il fiume non aveva mai visto.

Il pesce avrebbe richiamato a se tutte le forze comprese quelle dell'anima, ed insieme con quelle avrebbe lottato.

Il pescatore lo sapeva ed era pronto; le fiocine e i raffi giacevano sul fondo della barca, tutto era pronto.

Vi fu qualche minuto di pausa, di grande attesa.

Gli animali della foresta aspettavano in silenzio gli eventi; i gabbiani insolitamente mangiavano l'erba.

Lo storione prese ad avvitarsi su se stesso mulinando in maniera impressionante, sollevando masse d'acqua e nuvole di sabbia.

Le placche del suo dorso sembravano punte di diamante esposte per la prima volta al sole.

Faceva paura.

La lenza però, aveva una girella d'acciaio al posto giusto e non poteva ritorcersi come voleva il pesce. L'amo era forgiato a mano da professionisti e l'ardiglione faceva troppa presa per staccarsi.

L'animale continuava ad avvitarsi dentro nuvole di sabbia.

Il pescatore capì che doveva agire subito, doveva avvicinarsi il più possibile al pesce, questo doveva fare.

Aspettò che mostrasse il dorso, issò due, tre, cinque ancorelle, prese una fiocina e gliela piantò sotto le placche di protezione in cerca del cuore.

Lo sturio si fermò.

Dalla ferita sgorgava sangue che si mescolava alla sabbia e alle pagliuzze d'oro del Ticino.

Sembrava morto, ma era solo una finta.

Pochi secondi e ripartì di scatto trascinandosi la lenza per cento metri. La lenza rossa dalle mani insanguinate di Mariano.

Aldo lasciò i remi, prese la cordicella, assunse per un momento il comando e ordinò all'amico di infilare i guanti. Mariano obbedì, le sue mani sanguinavano, ma non sentiva dolore. In certi momenti non esiste il dolore.

La barca era scesa in corrente frenata dal pesce che puntava verso l'acqua bassa del ghiaieto.

Se si fosse avvitato in quell'acqua avrebbe avuto molte probabilità di liberarsi. Mi faceva segni Mariano, dovevo battere l'acqua agitare le mani, spaventarlo.

Io feci anche di più, ma il pesce non si spaventò; venne in acqua bassa e riprese ad avvitarsi.

La fiocina si spezzò, l'acqua bolliva.

La lenza strisciata sul fondo sopportava uno sfregamento continuo e non si sapeva quanto avrebbe resistito. Come se non bastasse gli si attorcigliava intorno al corpo; non poteva durare.

Ad un cenno dell'amico, Aldo riprese a remare a grande velocità verso il pesce.

L'uomo del Ticino accorciò la lenza, issò due, tre, cinque ancorelle; poi, a pochi metri dallo storione, studiò due placche, prese la mira e vi conficcò la seconda fiocina e cercargli il cuore.

Il pesce non si mosse più, ma la barca, come spinta dal colpo di fiocina si spostò più a valle, facendo tendere la lenza.

In quella situazione il pesce era la loro ancora.

Il pescatore appoggiò un momento la testa sull'avambraccio; Aldo degli aquiloni ansimava.

Erano entrambi sfiniti.

D'un tratto la barca cominciò a sobbalzare. Fu una questione di pochi secondi.

Gli storioni liberi presero a strisciare sulla lenza con le placche del dorso e, prima che i due uomini se ne accorgessero, la tagliarono.

Senza l'ancora l'imbarcazione scese alla deriva per arenarsi più a valle.

I due amici non avevano più forze.

I pesci giravano attorno allo storione ferito e, col lungo muso, cercavano di rianimarlo.

Dalla ferita dell'animale continuava a sgorgare sangue, ma non si muoveva più.

I suoi soccorritori avevano capito ciò che dovevano fare per liberarlo, ma erano in ritardo, perché l'ultima fiocina del vecchio gli aveva trovato il cuore.

Neanche Mariano si muoveva più; il pesce aveva voluto tutte le sue forze e non gliele avrebbe più restituite.

Mariano era l'acqua, Aldo era l'aria.

Geppo il contadino capì la situazione. Scese in acqua con una fune, imbragò lo storione.

Passò più volte la corda, uscì e prese a trainarlo coi buoi.

Geppo era la terra.

Ogni spettatore gli dava un peso, una misura. Eravamo già a cinque quintali e quattro metri di lunghezza.

Mirarlo e rimirarlo non bastava ai curiosi; per i pescatori invece non esisteva tempo né occhi abbastanza grandi.

Io mi sentivo il diritto di allontanare quelli che si avvicinavano troppo. Non tremavo più, avevo la medicina giusta per la mia “cosa”.

Nessuno più si curava dei due uomini sulla barca ancorata a valle; solo un ragazzo che veniva da lontano; un ragazzo innamorato del fiume.

Un ragazzo chiamato Berto.

A ore due l'aquilone mi libera dall'incantesimo dei momenti.

Quanti anni sono passati da quel giorno?

Laggiù, oltre la prismata, tra i salici e le robinie, avvolti da una leggera nebbiolina pescano ancora.

Dalla corrente del fiume azzurro mi giunge una voce che conosco. Piange per la sua acqua, piange per l'acqua di tutti i fiumi, l'acqua di ogni vita.

Laggiù oltre la curva del fiume, c'è un pescatore che mi sembra di conoscere. Ci vado.

Ignazio Abbruzzo email marugia@libero.it





Commenti

Icona utente Riccardo il 28/10/11
Che racconto bellissimo!!!! Sono stato rapito dalla lettura di questa storia e un po mi ci rivedo. Anche io sono cresciuto sul Ticino e capisco la tristezza nel raccontare la malattia di questo nostro splendido fiume. Spero che un domani storie come questa possano essere vissute nuovamente, per te che la racconti, per me che la leggo e per tutti quelli che come noi vivono della magia della pesca e della natura. Complimenti

Inserisci un commento

(La pubblicazione è soggetta ad approvazione da parte della redazione.)
*La tua email non sarà pubblicata
Autorizzo il trattamento dei miei dati secondo l'informativa privacy.
Codice di controllo
Scrivi i caratteri rispettando MAIUSCOLO e minuscolo.


Profili



app POL

APP PESCAREONLINE

ebook COL

Ebook CarpOnline

Sponsor