Barium Veni 3
Mi trovavo quel pomeriggio sulla scogliera bassa, in una bella marina del Sud; pescavo al cefalo col pane. Montatura 

leggera, filo invisibile, qalleggiantino nero, Amo piccolo. Erano "Verdatielli", come li chiamano i pescatori locali, a causa del dorso verde smeraldo che, tuttavia, scompare poco dopo averli pescati. Ne prendevo, erano bellissimi. Un tocco e via; prima a beneficio degli occhi, poi del contatto fisico con le mani. Stavo bene; avevo da che ricordare per un anno intero. Niente lasciava immaginare ciò' che sarebbe successo. Ogni tanto, inconsciamente, stendevo lo sguardo all'orizzonte in cerca di navi. E' un'abitudine che ci tramandiamo dal passato; sin da quando la mia gente vigilava sulle navi nemiche o attendeva quelle amiche. Mi sovviene il ricordo di un ragazzo che per correre meglio toglieva le scarpe anzichè calzarle. Egli aspettava quella bella nave, pulita, con le vele candide, con gli ottoni lucenti e tutta quell'aria di libertà intorno ad essa. Alle mie spalle vagava l'odore penetrante del fico e mi ritornava il suo sapore; sensazione che in città avevo quasi dimenticato. Tutte le volte che ne raccoglievo, mi palmava le dita col suo lattice. Tutte le piante del litorale avevano imparato a procurarsi l'acqua dall'umidità della notte. Nemmeno lontanamente potevo immaginare che la giornata avrebbe preso un altro corso. Ma stavo bene; ero dentro i momenti, li assaporavo uno per uno e li registravo nella memoria. Erano sensazioni diverse, percepite ad un altro livello, che interessavano il nervo ottico, le cellule nervose, il sangue, l'anima? Forse, ma lei non lo riferiva. Il corpo viveva uno stato speciale. La mente riposava. Tutto da provare. Poco da capire. A levante, gruppi nutriti di cefali, si divertivano a creare bolle d'aria col muso, sulla superficie del mare. Ad ogni ombra di gabbiani contro il sole, si immergevano contemporaneamente, producendo quello sbatter d'acqua tipico dei cefali. Il porticciolo a ponente appariva deserto; i bagnanti, infatti, erano fuggiti all'impazzata, a causa di qualche accenno di pioggia nel mattino. Dietro di me c'era una sorgente d'acqua dolce che i locali chiamano "Acqua di Cristo", attribuendole virtù salutari, l'avrei bevuta prima o poi, quando sarei guarito da questa cosa che m'afferra qui. Un po' di pastura finita tra gli scogli veniva assalita dai moscerini, dalle ligie e anche dai granchi che uscivano dai nascondigli. Le boghe avevano attaccato la mia pasta due o tre volte, come di regola quando si comincia a pescare in un posto. Poi, meno stupide di quanto si creda, erano sparite. Ne avevo pescati un bel po di verdatielli; nel cestino c'era anche qualche salpa ed un paio di occhiate. Un cibo cosi speciale ch'era un peccato consumarlo da soli. Prima di tornare a casa li avrei puliti, li avrei poi ricoperti di quell'alga ricciolina che conosco ed avrebbero assorbito un aroma a tanti gradito. Dalle pozze di scogliera poi, avrei raccolto un po' di sale cristallizzato, ricchissimo di iodio e dei profumi del mare e, con quello, li avrei insaporiti. erano li, nel mio cestino, rivestito all'interno con uno straccio pesante, umido, per mantenerli bagnati e freschi. Erano proprio momenti in cui non avevo bisogno di parlare, ne di pensare; finchè un sibilo... un sibilo che conosco, che e' dentro di me da sempre, come lo era nei miei avi, mi richiamò ad una nuova realtà. Era il polipo; un polipo enorme che aveva frustato la scoglio con i tentacoli per catturare i granchi alla mia pastura. I due crostacei erano ridotti in poltiglia, vittime di quelle armi micidiali. Posare la canna ed afferrare un tentacolo con le mani, fu un tutt'uno. Guidato, pi che guidato, spinto da una forza primitiva che alcuni chiamano istinto. Ma il polipo era ben saldo sotto la roccia e non cedeva di un millimetro. Anzi, mi sembrava che guadagnasse terreno. Era pi lungo di un metro quel tentacolo, si avvinghiava alle mie braccia con cento, mille ventose. In verità, oltre a farmi male, mi facevano anche una certa impressione. Tiravo con quanta più energia avessi. Un altro presentimento si faceva strada, era troppo grosso, non ce l'avrei fatta; l'avrei perso come tante altre volte. Forse no! La mente, quella della ragione, cominciò a partecipare al gioco. Disse che serviva una cordicella. Cercai di procurarla, ma le cose di cui hai bisogno in certi momenti, non ci sono mai. Forse si! – suggerì lei. Con la sinistra sfilai i lacci delle scarpe, li annodai aiutandomi con la bocca, mentre con la destra continuavo a tenere il tentacolo. Feci un cappio alla cordicella e cominciai a calarlo sempre pi a fondo; poi cambiai mano e feci avanzare la destra. Quando fui convinto, strinsi il cappio e tenni solo il laccio. Ebbi un po' di difficoltà a staccare le ventose dal braccio, ma vi riuscii. Sapevo che se avessi tirato troppo si sarebbe amputato, ed il bel cefalopode avrebbe guadagnato la libertà. Per non sbagliare ancora una volta, fissai l'altro capo del laccio ad una punta di scoglio e, libero dall'impegno, corsi a bagnare le braccia e a cospargerle di sabbia. In questo modo, le sue ventose avrebbero avuto meno effetto sulla mia pelle che gi ne portava i segni. Il polipo intanto, con altri due tentacoli cercava di liberarsi del cappio e ci sarebbe riuscito prima o poi, giacche' l'intelligenza di questi animali e' sorprendente. Bisognava fare in fretta. Con una corda pi grossa ed un sasso pesante un accidenti scesi ancora; afferrai i due tentacoli emersi e li passai al nuovo cappio prima che se ne accorgesse. Mi si avvinghiò ancora, ma con meno successo di prima, infatti la sabbia lasciava filtrare aria dalle ventose. Tesi la corda, fissai l'altro capo al sasso che avevo portato e calai nel vuoto di uno scoglio opposto al mio polipo. A questo punto era il sasso a tirarlo, con un lavoro lento, inesorabile. Lui avrebbe perso le forze ed avrebbe ceduto. Il tempo c'era; era mio il tempo. Me lo aveva insegnato quell'uomo che continua a parlarmi anche ora che non c'è più il sasso scendeva sempre più giù poco, ma scendeva. Il pigmento sotto la sua prima pellicina trasparente, si spostava di continuo, come se la melanina volesse proteggerlo dai raggi ultravioletti. Visto cosi, da lontano, coi tentacoli attorcigliati alla corda, mi fece per un attimo pena. Stavo per cadere anch'io nell'errore comune ad alcuni gruppi di persone. Avevo un momento di crisi, visto che la coscienza, la porto sempre con me. Aprii allora non so quanti libri; feci non so quante considerazioni; raccolsi un bel po' di dati e li fornii al computer dell'unità al carbonio dentro cui alloggio. Una serie infinita di immagini sfilò sul mio schermo di cellule vive. Dapprima apparvero parole confuse che non capivo: Largo story, discendenze, Genepre, Genepri-Genesi-Alamadir-Karim, poi sfilarono migliaia di animali la cui vita e' legata esclusivamente ad una condizione cruenta, ma indispensabile. L'operazione mi serviva per poter rispondere alla coscienza, poichè la certezza intuitiva del come l'uomo sa riconoscere le azioni giuste dalle altre era già in me poi in una lingua già in uso sul pianeta terra rispose: “naturalis giustissimus est” il responso del più sofisticato di tutti i computer mi dava ragione. Avevo le braccia piene di succhiotti da ventose, ma stavo ancora bene. A ponente-maestro era apparso un occhio scuro di nubi ed io sapevo che significava brutto tempo in arrivo. Era quella la ragione per cui le lumache di mare s'erano portate al di sopra della linea di limo che rende gli scogli scivolosi. Studiando il comportamento delle littorine e di altre lumache, sono certo che si potrebbero prevedere le condizioni del tempo. Il peso guadagnava sempre pi corda. Al largo saltarono un paio di cefali, mentre lo schermo di prima ne approfittò per farmi rivedere gli esoceti descritti una volta dal Carletti: altri pesci nuotano con loro, in schiere tanto grandi che si vede il cielo ricoperto di quei che volano ed il mare di quei che nuotano". Cominciava a cedere. Lo avrei immerso nell'acqua bollente e tirato subito fuori, per due, tre volte; poi lo avrei lasciato dentro definitivamente per venti minuti. Un pezzetto di sughero nell'acqua di cottura sarebbe servito a renderlo più tenero, non ho prove scientifiche, ma funziona. Sarebbe stato sbagliato dargli un morso tra gli occhi come fanno tanti pescatori di polipi. Primo, perché era un esemplare enorme; secondo, perché si racconta di tentacoli introdottisi nelle narici, negli occhi, nella cavità orali, che hanno procurato danni serissimi. D'un tratto, nell'unico momento in cui mi distrassi, forse in cerca di quella nave dagli ottoni lucenti, sentii un tonfo. Il sasso era caduto in acqua, seguito dalla corda e dal polipo. Mio Dio dissi fra me . Lui giaceva sul fondo a poca acqua, immobile. Lo presi con la mano; non fece la ruota del polipo; non si mosse. Dovevo alzare il braccio per non fare strisciare a terra i suoi tentacoli. Da ponente-maestro avanzavano nubi minacciose cavalcate dall'autunno. Strano, sul piccolo molo, tra i gabbiani, mi era sembrato di vedere jonathan livingston